Golasecca, Halloween e i Celti: quanto è antico davvero il nostro passato?

Tra poche settimane, il 31 ottobre, Golasecca, il paese dove vivo, cambierà volto per qualche ora. Le strade si riempiranno di musica, costumi, bambini e adulti, mentre streghe, fantasmi e zucche daranno al paese quell’atmosfera giocosa e un po’ misteriosa che ormai associamo ad Halloween. La locandina del Flashmob di Halloween parla il linguaggio del presente: è colorata, allegra e volutamente spaventosa.

Eppure, proprio osservandola, nasce una domanda che porta molto lontano: quanto è davvero distante il mondo dei Celti da Golasecca? La risposta non può essere racchiusa in una semplice formula. Golasecca, infatti, non è soltanto il nome del paese in cui viviamo, ma anche quello scelto dagli archeologi per indicare una delle culture più importanti dell’Italia settentrionale dell’Età del Ferro. Il legame tra il luogo e quella civiltà è quindi concreto, anche se più complesso e affascinante di quanto suggeriscano le immagini popolari dei Celti.

Persino l’origine del nome sembra condurci verso un passato remoto. In dialetto il paese è ancora chiamato Uraséa o Uraseica. Il Comune di Golasecca riporta l’ipotesi che queste forme derivino dalla radice preceltica our, forse di origine iberica o mediterranea e riferita alle “acque fluviali”. Non è un’etimologia definitivamente dimostrata, ma una proposta suggestiva che riporta ancora una volta al Ticino, il fiume che ha modellato il paesaggio e favorito per secoli incontri e spostamenti.

Il nome “Cultura di Golasecca” nasce dai ritrovamenti effettuati nel territorio e nelle aree vicine, dove furono individuate numerose sepolture con urne, ceramiche e oggetti metallici. Fu soprattutto nell’Ottocento che questi reperti richiamarono l’attenzione degli studiosi. Le interpretazioni iniziali non furono sempre corrette, ma il proseguire delle ricerche permise di riconoscere una realtà molto più antica dell’epoca romana e dotata di caratteri propri.


Quando Golasecca diede il proprio nome a una civiltà

Quando gli archeologi parlano di Cultura di Golasecca, quindi, non si riferiscono a un singolo villaggio e neppure soltanto all’attuale territorio comunale. Indicano un fenomeno culturale esteso su un’area ampia, con centri, necropoli, tradizioni artigianali e rapporti commerciali che coinvolgevano entrambe le sponde del Ticino e altri territori dell’Italia nord-occidentale.

La sua storia attraversa molti secoli. Una fase formativa precedente, chiamata Protogolasecca, risale al XII-X secolo a.C.; la cultura propriamente detta si sviluppò poi durante l’Età del Ferro e continuò fino ai secoli che precedettero la conquista romana. Dire “quasi tremila anni fa” aiuta a percepire la distanza, ma le date da sole non bastano: in tutto quel tempo cambiarono insediamenti, oggetti, relazioni e modi di vivere.

Non siamo dunque davanti a una raccolta casuale di reperti, ma alle tracce di comunità organizzate, capaci di lavorare materiali diversi, controllare percorsi di scambio e costruire riti condivisi. Le tombe, in particolare, ci permettono di osservare non solo come venivano onorati i defunti, ma anche quali oggetti erano considerati preziosi e quali contatti legavano queste popolazioni ad altre regioni.


Ma erano davvero Celti?

È qui che la storia si fa più interessante e, allo stesso tempo, richiede qualche cautela. Affermare semplicemente che “Golasecca era un villaggio celtico” sarebbe efficace, ma impreciso. La Cultura di Golasecca occupava una zona molto più vasta dell’attuale comune: comprendeva la Lombardia occidentale, il Piemonte orientale e il Canton Ticino, con nuclei e percorsi che mettevano in relazione ambienti differenti.

I reperti mostrano rapporti con l’Europa centrale, ma anche con il mondo etrusco e con altre popolazioni dell’Italia settentrionale. Questo significa che la cultura locale non era chiusa in se stessa: accoglieva oggetti, tecniche e modelli provenienti da lontano, reinterpretandoli secondo le proprie esigenze. In archeologia, del resto, le identità raramente coincidono con confini netti come quelli degli Stati moderni.

Un elemento particolarmente importante è offerto dalle iscrizioni. Esse documentano una lingua di tipo celtico, scritta mediante un alfabeto di origine nord-etrusca, convenzionalmente detto leponzio. Dall’Italia nord-occidentale e dal Canton Ticino provengono così alcune fra le testimonianze scritte più antiche riferibili a una lingua celtica in Europa.

Il rapporto con il mondo celtico, dunque, è reale, ma va immaginato come il risultato di una lunga evoluzione. Non un sipario che si apre improvvisamente sull’arrivo di un popolo già definito, bensì secoli di incontri, migrazioni, alleanze, scambi e trasformazioni. È proprio questa complessità a rendere la vicenda di Golasecca più interessante di qualsiasi etichetta.


Un territorio che era tutt’altro che isolato

Oggi Golasecca può apparire come un paese raccolto ai margini dei grandi flussi. Nell’antichità, però, la sua posizione aveva un valore diverso. Il Ticino non era soltanto un elemento del paesaggio: era una via naturale lungo la quale potevano muoversi persone, informazioni e merci.

Attraverso il sistema formato dal fiume, dai laghi e dai passi alpini, la Pianura Padana comunicava con i territori a nord delle Alpi. In direzione opposta arrivavano prodotti e influenze dal mondo mediterraneo e dall’Etruria padana. Le comunità golasecchiane si trovavano così in una posizione favorevole per svolgere una funzione di collegamento e intermediazione.

I materiali deposti nelle tombe aiutano a ricostruire questi contatti: la presenza di oggetti, forme e tecniche riconducibili ad aree diverse mostra che le distanze venivano percorse e che le idee viaggiavano insieme alle merci. Ciò non significa immaginare un commercio organizzato come quello moderno, ma una rete di itinerari e rapporti che collegava comunità anche molto lontane.

Quasi tremila anni fa questo angolo dell’attuale provincia di Varese non era quindi una semplice periferia. Era, per molti aspetti, un luogo di passaggio, posto in una posizione strategica tra pianura, laghi e montagne.

A questo punto viene naturale domandarsi quando sia nato il paese di Golasecca così come lo intendiamo oggi e se esso discenda direttamente dagli antichi abitanti della cultura golasecchiana. Le fonti disponibili non consentono di indicare una data precisa di fondazione né di dimostrare una continuità abitativa e comunitaria ininterrotta dall’Età del Ferro al borgo medievale. Il territorio rimase inserito nelle vie di comunicazione anche in epoca romana; per il Medioevo, una testimonianza concreta della vita del borgo è la chiesa romanica di San Michele, eretta nell’XI secolo. Golasecca appartenne inoltre al Contado del Seprio. Questi elementi documentano la presenza medievale, ma non autorizzano a identificare la comunità protostorica con quella del paese successivo.

La continuità più evidente è dunque quella del luogo. Il Ticino, i rilievi e i percorsi tra pianura e area alpina continuarono a influenzare la vita del territorio in epoche diverse. È plausibile che questa posizione abbia favorito movimenti e scambi, ma non disponiamo qui di una fonte autorevole sufficiente per attribuire con precisione a Golasecca, dall’XI secolo in poi, uno specifico ruolo di crocevia commerciale.


Le persone dietro i reperti

Quando parliamo di archeologia, è facile rifugiarsi nelle classificazioni: VIII secolo a.C., Età del Ferro, Cultura di Golasecca, Celti, necropoli. Sono parole necessarie agli studiosi, ma rischiano di farci dimenticare che dietro ogni frammento esisteva una vita quotidiana.

C’erano persone che preparavano il cibo, lavoravano la ceramica, il metallo, la pietra e il legno; persone che si spostavano lungo il fiume commerciavano, crescevano figli e costruivano relazioni. Non conosciamo i loro pensieri e possediamo soltanto una parte degli oggetti che usarono, ma quei resti ci consentono di intravedere competenze, differenze sociali e legami familiari.

Le sepolture sono tra le testimonianze più eloquenti. Nel rito della cremazione, predominante nella Cultura di Golasecca, i resti del defunto venivano raccolti in un’urna e deposti nella tomba, spesso accompagnati da ceramiche e oggetti in bronzo o ferro. Questo è il dato archeologico. Il possibile rapporto fra la composizione del corredo, il ruolo sociale o l’identità del defunto appartiene invece all’interpretazione degli studiosi e va valutato caso per caso.

Nell’area archeologica del Monsorino, proprio qui a Golasecca, sono ancora visibili strutture funerarie circolari e rettangolari dell’VIII-VII secolo a.C., costruite con grossi ciottoli attorno alle fosse nelle quali erano deposte le urne con le ceneri dei defunti e i relativi corredi. La loro presenza rende tangibile una storia che altrimenti rimarrebbe confinata nei libri o nelle vetrine dei musei. Il sito è considerato la più importante testimonianza monumentale della Cultura di Golasecca nell’Italia nord-occidentale.

Fermarsi a immaginare quelle persone riduce improvvisamente la distanza. Il loro paesaggio era diverso dal nostro, ma il fiume, le colline e molti percorsi naturali erano gli stessi. Camminavano su un territorio che continuiamo ad abitare e nel quale le tracce del passato convivono, spesso in silenzio, con la vita quotidiana.


E Halloween cosa c’entra?

Ed eccoci di nuovo alla locandina da cui siamo partiti. Il 31 ottobre, durante il flashmob, Golasecca si animerà di musica, streghe, fantasmi, zucche e costumi. È una scena pienamente contemporanea, costruita con simboli che il cinema, la pubblicità e la cultura popolare hanno reso familiari.

Sarebbe però sbagliato trasformare questa somiglianza in una continuità diretta. L’Halloween di oggi è il risultato di tradizioni, reinterpretazioni e trasformazioni avvenute in tempi e luoghi diversi; non possiamo considerarlo la prosecuzione di una festa celebrata dagli abitanti della Golasecca dell’Età del Ferro. Tra quei mondi si estendono molti secoli di storia.

L’accostamento resta comunque suggestivo, ma soltanto come espediente narrativo. Una festa oggi associata nell’immaginario popolare al mondo celtico viene organizzata in un paese che ha dato il nome a una cultura nella quale sono documentati elementi linguistici di tipo celtico. Non è una prova di continuità rituale o religiosa: è semplicemente una coincidenza capace di accendere domande.

Ed è forse questo il punto più interessante. La storia locale non vive soltanto nei musei o nei testi specialistici: può riaffiorare da una passeggiata, da un nome pronunciato ogni giorno o persino dalla locandina di un evento. Basta fermarsi un momento e chiedersi che cosa esistesse qui prima di noi.

Così un flashmob di Halloween può diventare il punto di partenza per tornare quasi tremila anni indietro, osservare il Ticino come una grande via di comunicazione e incontrare, almeno con l’immaginazione, le persone che abitarono queste rive. Conoscere quella storia non rende il presente meno moderno: lo rende semplicemente più profondo.


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