Capitolo 4 – Quanto vale ciò che si deve fare?

Da qualche giorno mi pongo una domanda che, a prima vista, sembra molto più semplice di quanto sia davvero:

Quanto conta, nella vita, fare bene ciò che si deve fare e quanto, invece, riuscire a fare ciò che si desidera?

Non parlo del desiderio di lavorare o di non lavorare: sarebbe un tema del tutto diverso. Credo profondamente nel valore del lavoro ben fatto, nella responsabilità che assumiamo quando qualcuno si affida a noi e nel dovere, personale prima ancora che professionale, di svolgere al meglio ciò che abbiamo scelto di fare.
Il punto, però, è un altro.
Possiamo essere molto capaci in qualcosa senza amarlo davvero.
Negli anni possiamo accumulare esperienza, competenze, credibilità e responsabilità, per poi accorgerci che tutto questo racconta bene ciò che sappiamo fare, ma non necessariamente ciò che vorremmo fare. Ed è qui che la domanda si complica.
Quando non abbiamo alle spalle pochi mesi o qualche anno, ma decenni di esperienza, cambiare direzione non significa semplicemente cercare un altro lavoro. Significa anche chiedersi quale valore conservi tutto ciò che abbiamo costruito fino a quel momento.

La prima reazione è quasi inevitabile: cambiando strada, butterei via tutti questi anni.

Eppure, più ci penso, meno ne sono convinto. Una lunga esperienza professionale non produce soltanto competenze tecniche: insegna ad affrontare i problemi, prendere decisioni, convivere con l’incertezza, organizzare il lavoro, comprendere le persone, assumersi responsabilità, sbagliare e correggersi. Costruisce un patrimonio che non resta necessariamente legato al mestiere in cui è nato.

Forse, allora, la domanda non è: «Sono disposto a buttare via tutto ciò che ho fatto?».
Forse è: «Come posso usare ciò che ho fatto per costruire qualcosa di diverso?».

La storia, curiosamente, offre risposte molto diverse.
Wallace Stevens lavorò per gran parte della vita nel settore assicurativo e, allo stesso tempo, divenne uno dei maggiori poeti americani del Novecento. Non scelse per forza tra le due vite: a lungo le fece convivere.
Ted Kooser fece qualcosa di ancora più interessante. Lavorò per decenni nelle assicurazioni, fino a ricoprire ruoli dirigenziali, ma continuò a scrivere poesie al mattino, prima di andare al lavoro. In seguito, sarebbe diventato poeta laureato degli Stati Uniti e avrebbe vinto il premio Pulitzer.
Julia Child seguì un percorso ancora diverso. La professione che l’avrebbe resa famosa arrivò piuttosto tardi. Prima ci furono altre esperienze, altri lavori e un’altra identità professionale; poi trovò qualcosa che riconobbe finalmente come suo.
Tre vite molto diverse suggeriscono la stessa idea: non esiste necessariamente un momento preciso in cui scegliere tra ciò che siamo stati e ciò che vorremmo diventare.
C’è anche un tempo dedicato alla costruzione. Ed è probabilmente l’aspetto che più mi interessa.

Quando pensiamo a un grande cambiamento professionale, tendiamo a immaginare il gesto finale: lasciare un lavoro, iniziarne un altro, chiudere una porta e aprirne un’altra.

Ma quasi nessuna trasformazione profonda avviene davvero così. Prima c’è una fase meno spettacolare: capire che cosa vogliamo, fare tentativi, studiare, sviluppare competenze e verificare se quella che immaginiamo come una passione regga anche alla prova della quotidianità.
Amare qualcosa nel tempo libero è relativamente facile.
Trasformarlo in un lavoro significa confrontarlo con orari, risultati, responsabilità, clienti, aspettative e problemi.
Solo allora scopriamo se vogliamo davvero fare quel lavoro o se desideravamo soltanto ciò che rappresentava nella nostra immaginazione.
Per questo oggi non vedo il cambiamento come un salto, ma come la costruzione di un ponte.

Da una parte c’è ciò che abbiamo costruito: esperienza, competenze, sicurezza, reputazione e tutto ciò che nasce da anni di lavoro.
Dall’altra c’è qualcosa che non conosciamo ancora del tutto, ma che ci attrae abbastanza da chiederci cosa accadrebbe se gli dedicassimo davvero tempo, disciplina e attenzione.
Nel mezzo c’è il ponte, e costruirlo può richiedere mesi o anni.

Potremmo persino scoprire di non volerlo attraversare fino in fondo. Eppure, averlo costruito cambierebbe comunque qualcosa: trasformerebbe una vaga insoddisfazione in una domanda concreta.

Resta però un’altra domanda, che continuo a rigirarmi dentro: essere bravi in qualcosa non significa necessariamente amarla. Forse, per molto tempo, ho confuso le due cose.
Quando una persona ottiene risultati, cresce professionalmente, accumula esperienza e continua a perfezionare ciò che fa, viene naturale pensare che quella sia la sua strada.
Ma potrebbe esserci una spiegazione diversa.
Potrebbe semplicemente essere il suo modo di stare nelle cose.
I giapponesi hanno una parola che descrive molto bene questo atteggiamento: kaizen, miglioramento continuo.
La conosciamo soprattutto come principio organizzativo, legato al mondo industriale e in particolare al Toyota Production System. Eppure, più ci penso, più mi sembra qualcosa di più profondo di una tecnica: un’attitudine. È il modo di guardare ciò che facciamo chiedendoci se domani potremo farlo un po’ meglio di oggi.
Ed è qui che emerge il paradosso: possiamo applicare il kaizen anche a qualcosa che non amiamo. Possiamo lavorare bene non perché quel lavoro rappresenti ciò che desideriamo essere, ma perché non sappiamo fare male ciò che abbiamo accettato di fare.
Possiamo cercare continuamente di migliorare per disciplina, rispetto verso gli altri, senso di responsabilità o persino per carattere. A quel punto, però, nasce una domanda ancora più difficile:

Essere diventati bravi a fare qualcosa è una ragione sufficiente per continuare a farla?

Il prossimo 26 novembre compirò cinquantanove anni, e forse è proprio l’età a dare a questa domanda un peso diverso da quello che avrebbe avuto venti o trent’anni fa. Non perché pensi che sia troppo tardi per cambiare; forse è vero il contrario.
A vent’anni si dispone soprattutto del futuro. A quasi sessanta si dispone anche del passato.
Un passato fatto di esperienza, errori, competenze, relazioni, conoscenze e, soprattutto, di un modo di affrontare le cose plasmato dai decenni.
Per questo cambiare oggi non potrebbe significare ricominciare da zero.
Lo zero non esiste più.
Potrei cambiare attività, settore, perfino mestiere, ma non cancellare il modo in cui ho imparato a lavorare. È allora che il miglioramento continuo assume, per me, un significato diverso.
Forse il kaizen non consiste soltanto nel migliorare ciò che facciamo.
Forse, a un certo punto della vita, significa anche trovare il coraggio di chiederci se ciò che continuiamo a migliorare sia ancora ciò che vogliamo fare. È una domanda scomoda.
Perché è molto più facile migliorare qualcosa che conosciamo che mettere in discussione la direzione in cui stiamo andando.
Ma il principio dovrebbe essere lo stesso.
Se esiste sempre un modo migliore di fare qualcosa, forse esiste anche un modo migliore di usare il nostro tempo. Non per forza abbandonando ciò che abbiamo o scegliendo tra sicurezza e desiderio, ma iniziando a costruire qualcosa accanto.

Un centimetro alla volta.
Un +1 alla volta.

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