
Ieri, verso sera, stavo rientrando a casa quando l’ho vista. Era seduta sul muretto, in una posizione che ricordava lo yoga, le gambe raccolte, la schiena ferma, il capo leggermente inclinato in avanti. Intorno a lei c’era quel silenzio particolare delle ore in cui la giornata sembra essersi già detta tutto.
Chiunque fosse passato di lì senza conoscerla avrebbe potuto pensare che stesse meditando. Era un’immagine composta, quasi quieta. Ma io sapevo che quella quiete, almeno in quel momento, non aveva molto a che fare con la meditazione.
La conosco bene. So che nella sua vita ci sono state fatiche, ostacoli, passaggi non semplici. Eppure, non è per raccontare la sua storia che parto da lei. Scelgo quell’immagine perché, mentre la guardavo, ho riconosciuto qualcosa che mi riguardava. Non solo una somiglianza nelle difficoltà, ma un modo familiare di starci dentro, di girare attorno ai problemi, di lasciarsi segnare dalle conseguenze che portano con sé.
È strano quanto sia più semplice leggere la vita degli altri che la propria. Da fuori tutto sembra più nitido: il nodo, le abitudini che lo stringono, forse perfino una via d’uscita. Poi torniamo dentro le nostre giornate e quella chiarezza si appanna. La copriamo con le nostre ragioni, con la stanchezza accumulata, con l’idea rassicurante che il nostro caso, in fondo, sia diverso.
Io, almeno, in questa forma di indulgenza verso me stesso sono piuttosto allenato.
Mi è tornata in mente una frase che ho incontrato molte volte, spesso attribuita a Einstein: “Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi”.
Ogni volta l’ho trovata intelligente, quasi ovvia. Probabilmente, però, mentre annuivo, pensavo a qualcun altro. A qualcuno a cui quella frase sarebbe stata utile, a qualcuno che avrebbe dovuto fermarsi, capirla e cambiare direzione.
Applicarla a me stesso, invece, è tutta un’altra faccenda.
Perché io il cambiamento lo desidero davvero. Mi immagino una vita più serena, un rapporto meno faticoso con le preoccupazioni, più spazio per ciò che conta davvero. Vorrei una mente meno occupata da ciò che manca, da ciò che non funziona, da quello che continua a tornare. Poi però arriva una difficoltà e io reagisco come ho sempre fatto: rimando ciò che mi mette a disagio, mi convinco che non sia il momento, aspetto di sentirmi meglio prima di cominciare.
Come se, prima o poi, dovessero presentarsi insieme il momento giusto, la lucidità necessaria e quella voglia limpida di agire che non chiede fatica.
Forse il cambio di paradigma comincia proprio da qui: dal mettere in discussione un ragionamento a cui, senza accorgermene, mi sono affezionato. L’idea che debbano cambiare prima le circostanze perché io possa comportarmi in modo diverso. Quando sarò meno preoccupato riuscirò a concentrarmi; quando avrò più tempo riprenderò a imparare; quando questa situazione sarà risolta potrò finalmente occuparmi di me.
Sono pensieri comprensibili, perfino ragionevoli. Il problema è che, mentre li ripeto, le giornate passano. E io continuo a consegnare l’inizio di qualcosa di importante a una condizione esterna, a un incastro favorevole, a un momento che non so quando arriverà.
Guardando quella donna sul muretto, mi è tornata alla mente anche un’altra questione, forse ancora più scomoda: il bisogno di trovare qualcuno a cui attribuire ciò che ci accade.
Se la soluzione dipende soltanto dagli altri, a me non resta che aspettare.
Messa così, sembra una constatazione semplice. Eppure, so quante energie posso consumare nel ricostruire quello che un’altra persona avrebbe dovuto fare, la correttezza che avrei meritato, l’occasione che non mi è stata data. A volte ho davvero ragione, e forse è proprio questo a rendere più difficile uscire da quel pensiero. Mi sembra che smettere di insistere significhi assolvere l’altro, oppure concedere che ciò che è accaduto andasse bene.
Così posso restare a lungo fermo lì, a discutere nella mia testa con persone che, nel frattempo, forse stanno già vivendo altrove, dentro tutt’altri pensieri.
Le responsabilità degli altri esistono, e hanno conseguenze reali. Non si tratta di negarle. Ma mi accorgo che, quando occupano tutto il mio campo visivo, finisco per perdere di vista quel poco o tanto che posso ancora decidere io. Aspetto una spiegazione, un riconoscimento, un cambiamento dall’altra parte, e intanto la mia possibilità di stare meglio rimane appesa a qualcosa che non controllo.
Chiedermi che cosa posso fare adesso, dentro una situazione che non ho scelto del tutto, mi costa più fatica che stabilire di chi sia la colpa. Mi obbliga a espormi, a tentare, a percorrere una strada che potrebbe anche non funzionare. E soprattutto mi toglie la comodità di avere una spiegazione per tutto senza dover cambiare nulla.
Da qui al lasciarsi vivere, almeno per me, il passo è più breve di quanto sembri.
Anche una giornata piena, me ne rendo conto, può essere una giornata in cui non ho scelto quasi niente.
Si può essere molto occupati e lasciare comunque che siano gli eventi a decidere la direzione. Si risponde, si risolve, si rincorre ciò che arriva. E la sera, quando finalmente tutto rallenta, ci si sente abbastanza stanchi da credere che per le proprie cose ci sarà tempo domani.
Dentro quel domani finisce un po’ di tutto: una curiosità da coltivare, una decisione da prendere, qualcosa da imparare, una questione da affrontare con calma. Sono cose discrete, non fanno rumore, non chiamano, non mandano solleciti. Proprio per questo possono aspettare, mentre l’urgenza trova sempre il modo di passare davanti.
Mi riconosco in questa dinamica più di quanto vorrei. Posso desiderare profondamente qualcosa e dedicarle soltanto il tempo che avanza, per poi dispiacermi quando mi accorgo che nella mia vita non trova spazio.
Naturalmente ci sono giorni in cui fermarsi è già tutto ciò che si riesce a fare. La stanchezza esiste, e ci sono difficoltà che non si sciolgono con una frase ben costruita. Anche per questo non posso pretendere di ricavare, da quella donna seduta sul muretto, una spiegazione della sua vita. Conoscerla bene non significa sapere che cosa stesse attraversando in quel preciso momento.
Posso però riconoscere ciò che quell’immagine ha mosso in me.
Mi ha fatto pensare a tutte le volte in cui sono rimasto anch’io in attesa, pur continuando a muovermi, a lavorare, a riempire le giornate. A tutte le volte in cui ho sperato in un risultato diverso senza cambiare davvero le mie abitudini. A quanta attenzione ho dato a ciò che gli altri avrebbero dovuto modificare, mentre lasciavo in secondo piano ciò che potevo cominciare a trasformare io.
Mentre scrivo, non ho una svolta da raccontare. Non c’è un gesto definitivo, una decisione improvvisa, una porta che si apre. Ho soltanto un’immagine rimasta lì, ostinata, e una domanda che comincia a cercarmi più da vicino: in ciò che desidero cambiare, che cosa continuo a fare sempre nello stesso modo?
Ieri, tornando a casa, sul muretto era seduta lei. Eppure, da allora, non faccio che chiedermi dove mi sia fermato io. +1
