IA — L’intelligenza artificiale come strumento: ciò che sto imparando usandola ogni giorno

Da due anni l’intelligenza artificiale è entrata nella mia quotidianità. Uso soprattutto ChatGPT, affiancato da Microsoft Copilot, Plaud, SAP Joule for Consultants e Claude, e continuo a scoprirne possibilità e limiti in situazioni molto diverse tra loro.
Non li utilizzo per farmi sostituire. Scrivo io i miei documenti, preparo io le mie presentazioni e sviluppo personalmente le idee da cui parto; solo dopo chiedo all’intelligenza artificiale di aiutarmi a metterle alla prova, verificandone la solidità, individuando errori e punti deboli e suggerendo alternative che potrei non avere considerato. È un modo di lavorare che si inserisce nella ricerca di miglioramento continuo di cui ho già parlato nell’articolo “Quanto vale ciò che si deve fare”.
Questo stesso articolo è nato così. Ho scritto in Word la prima bozza, ho scelto personalmente che cosa raccontare e in quale ordine, poi ho usato Copilot per rivedere il testo e ChatGPT per confrontarmi sulla struttura e creare le immagini che lo accompagneranno. Il pensiero e l’esperienza rimangono miei; l’intelligenza artificiale interviene dopo, come uno strumento con cui confrontarli, correggerli e farli maturare.
Il mio percorso è cominciato con i corsi sull’intelligenza artificiale resi obbligatori da Accenture, la società per cui lavoro e che da tempo investe in questo ambito. Quello che all’inizio era un impegno professionale si è trasformato presto in una curiosità personale: più utilizzavo questi strumenti, più sentivo il bisogno di capire che cosa sapessero fare davvero, dove potessero essermi utili e in quali momenti fosse invece necessario diffidare della facilità con cui producevano una risposta.
Con il tempo, ogni strumento ha trovato un posto diverso nelle mie giornate. ChatGPT è diventato quello con cui dialogo più spesso; Copilot mi accompagna soprattutto quando lavoro sui documenti; Plaud raccoglie conversazioni e pensieri che voglio recuperare in seguito; Joule mi aiuta nel contesto SAP; Claude, che utilizzo meno, rimane un ulteriore termine di confronto nelle attività professionali.
Non racconto quindi l’intelligenza artificiale da una posizione di competenza definitiva, che non mi appartiene, ma attraverso ciò che imparo usandola ogni giorno. È un apprendimento fatto di prove, correzioni, risultati utili e risposte da scartare; proprio per questo mi sembra più interessante partire dall’esperienza concreta che da una definizione astratta.
Cinque strumenti, cinque ruoli diversi
Parlare di intelligenza artificiale come se fosse un unico oggetto rischia di creare confusione. Gli strumenti che utilizzo condividono la capacità di comprendere richieste formulate in linguaggio naturale e di produrre contenuti o indicazioni, ma sono nati per scopi differenti. Non mi interessa quindi compilarne un catalogo: mi interessa mostrare quale ruolo ciascuno ha assunto, concretamente, nel mio modo di lavorare e di imparare.


ChatGPT
Presentato da OpenAI il 30 novembre 2022 come anteprima di ricerca, ChatGPT ha reso accessibile a un pubblico molto ampio il dialogo con un modello linguistico. Nel tempo si è trasformato in un ambiente che, a seconda della versione e del piano, può lavorare con testi, file, immagini, voce, dati e informazioni disponibili sul web. Io lo uso soprattutto per sviluppare idee, interrogare ciò che ho scritto, esplorare alternative e approfondire argomenti che conosco poco. Nella mia quotidianità è diventato una sorta di diario interattivo: non si limita a conservare un pensiero, ma me lo restituisce da un’altra prospettiva. Proprio questa versatilità impone cautela, perché una risposta fluida può contenere errori, semplificazioni o riferimenti inesistenti; per me resta quindi un assistente da verificare, non un’autorità.


Microsoft Copilot
Microsoft Copilot riunisce esperienze nate in momenti diversi: nel 2023 Microsoft ha introdotto il nuovo Bing basato sull’intelligenza artificiale, ha portato il concetto di “copilota” nelle applicazioni di Microsoft 365 e, in seguito, ha raccolto varie esperienze sotto il nome Copilot. La sua caratteristica distintiva è l’integrazione con gli strumenti di produttività. In Word, che è l’ambiente in cui lo utilizzo più spesso, mi aiuta a rivedere e interrogare un testo senza separarlo dal documento su cui sto lavorando; in altri contesti può assistere con presentazioni, messaggi e riunioni. Funzioni e accesso ai dati cambiano però in base al piano, all’account e alle autorizzazioni, e la capacità di leggere un file non garantisce la comprensione di ogni sfumatura. Per questo controllo sempre le sue sintesi, soprattutto quando riguardano numeri, decisioni o contenuti riservati.

Plaud
Plaud appartiene a una categoria diversa: combina un dispositivo di registrazione con un servizio di intelligenza artificiale capace di trasformare riunioni, telefonate e appunti vocali in trascrizioni e sintesi. Per me è soprattutto un contenitore di pensieri in libertà. Posso affidargli un’idea nel momento in cui nasce, senza doverla ordinare subito, e tornare in seguito sul materiale già rielaborato. Il suo valore sta quindi nel conservare e organizzare ciò che è stato detto, ma la qualità del risultato dipende dall’audio, dagli interlocutori, dagli accenti, dai rumori e dai termini specialistici. Registrare conversazioni richiede inoltre trasparenza, consenso quando previsto e attenzione alle regole e alla conservazione dei dati; nei passaggi delicati, una sintesi non sostituisce mai l’ascolto della registrazione originale.


SAP Joule for Consultants
SAP Joule for Consultants è uno strumento specializzato per chi lavora su progetti SAP. Fa parte dell’evoluzione di Joule, il copilota di intelligenza artificiale generativa annunciato da SAP nel 2023, ma la soluzione dedicata ai consulenti è arrivata successivamente. La sua caratteristica distintiva è l’accesso conversazionale a conoscenze specialistiche, comprese documentazione SAP, best practice, SAP Notes e Knowledge Base Articles, oltre al supporto nell’interpretazione del codice ABAP e nella progettazione delle soluzioni. Nel mio lavoro lo uso per orientarmi più rapidamente e verificare possibili percorsi, sapendo però che nessuna risposta può conoscere automaticamente tutti i vincoli del cliente. Licenze, abilitazioni, prodotti e versioni ne delimitano inoltre l’accesso e la copertura: può accelerare l’analisi, ma la responsabilità del disegno rimane al consulente.


Claude
Anthropic ha presentato Claude nel marzo 2023, dopo una fase di sperimentazione con alcuni partner. È un assistente generalista pensato per attività come scrittura, sintesi, analisi di documenti estesi e programmazione, e nasce anche dalla ricerca di Anthropic sul cosiddetto approccio Constitutional AI, che impiega principi espliciti per orientare il comportamento del sistema. Io lo utilizzo soprattutto in ambito professionale e, avendo con esso meno familiarità rispetto a ChatGPT e Copilot, lo considero anche un’occasione per confrontare modi diversi di affrontare lo stesso problema. Come ogni modello generativo, può fraintendere le richieste, produrre inesattezze o presentare conclusioni con una sicurezza superiore alla loro solidità; anche qui servono quindi contesto, fonti adeguate e verifica.
Considerati insieme, questi strumenti mostrano che l’espressione “intelligenza artificiale” comprende realtà diverse: un interlocutore generalista, un assistente integrato nei documenti, un sistema che organizza conversazioni, uno strumento specialistico per SAP e un ulteriore ambiente di analisi e scrittura. La differenza, però, non dipende soltanto da ciò che ciascun prodotto sa fare.
Dopo averli usati abbastanza a lungo da riconoscerne almeno in parte carattere e limiti, la domanda per me diventa un’altra: che cosa decidiamo di affidare loro e che cosa deve invece rimanere nelle nostre mani? È da questa scelta, più che dal nome dello strumento, che nasce il timore forse più diffuso.


L’intelligenza artificiale ci porterà a non usare più la testa?
L’obiezione è nota: se questi sistemi possono scrivere, riassumere, proporre e rispondere in pochi istanti, finiremo per non usare più la testa. È una preoccupazione comprensibile, soprattutto quando vediamo affidare all’IA attività che prima richiedevano tempo, ricerca e ragionamento. Credo però che la questione vada posta diversamente. L’intelligenza artificiale è anzitutto uno strumento e, come ogni strumento, non stabilisce da sola il modo in cui verrà utilizzata.
Il confronto con le tecnologie del passato va fatto con cautela, perché l’intelligenza artificiale non è semplicemente una nuova calcolatrice. Esiste però un principio comune: nel tempo abbiamo trasferito alle macchine molte attività che prima svolgevamo manualmente. La calcolatrice non ha cancellato la matematica né la capacità di ragionare; sappiamo ancora eseguire mentalmente un conto semplice, mentre con numeri molto grandi il calcolo manuale rappresenta soprattutto un dispendio di tempo. Restano a noi la comprensione del problema, la scelta dell’operazione e la valutazione della plausibilità del risultato.
Lo stesso principio vale per il computer e per i programmi di videoscrittura. Nessuno pensa che usare Microsoft Word significhi non saper più scrivere soltanto perché abbiamo abbandonato la macchina da scrivere. Word corregge, sposta, copia e impagina, rendendo semplici operazioni un tempo lente e spesso irreversibili; non decide però che cosa vogliamo dire, quale struttura dare al documento o quali responsabilità assumerci per ciò che scriviamo. L’automazione modifica il lavoro, ma non cancella necessariamente il pensiero che lo orienta.
Con l’intelligenza artificiale il passaggio è più delicato. Una calcolatrice restituisce un numero e Word esegue un’operazione sul testo; un modello generativo, invece, produce spiegazioni, collegamenti e proposte che possono assomigliare molto al risultato di un ragionamento umano. Proprio questa somiglianza rende più facile dimenticare la differenza tra ricevere un aiuto e delegare il giudizio. Il problema non è usare uno strumento per lavorare più rapidamente, ma affidargli anche ciò che deve rimanere nostro: formulare il problema, valutare le alternative e assumersi la responsabilità della decisione.
Per comprendere questo confine bisogna evitare di descrivere l’IA generativa come una mente equivalente a quella umana. Un modello linguistico elabora il contesto ricevuto attraverso relazioni e regolarità apprese durante l’addestramento, valutando quali sviluppi siano più coerenti con la richiesta e con il testo già prodotto. Dire soltanto che “indovina la parola successiva” è riduttivo, perché nel farlo utilizza rappresentazioni molto complesse del linguaggio, segue istruzioni e collega concetti anche lontani. Può quindi costruire testi convincenti e ragionamenti ben organizzati, senza che ciò implichi esperienza del mondo, coscienza, intenzioni o giudizio nel senso umano.
Da qui nasce una distinzione per me essenziale: possiamo usare l’intelligenza artificiale per evitare di pensare oppure per pensare meglio. Nel primo caso accettiamo la risposta senza esaminarla e trasformiamo lo strumento in una scorciatoia davanti alla complessità. Nel secondo lo introduciamo nel ragionamento come un interlocutore rapido, continuando però a guidare il processo, a porre domande e a valutare criticamente ciò che ci restituisce.
Il mio modo di utilizzare l’IA appartiene alla seconda categoria. Cerco di presentare il problema nel modo più completo possibile, fornendo il contesto e gli elementi che ritengo importanti, poi considero la risposta soprattutto come un confronto, non come una soluzione definitiva. Le chiedo di rilevare errori, contraddizioni e punti deboli, di proporre alternative che non avevo considerato e di indicarmi ciò che merita un approfondimento. In questo processo ho imparato anche che la qualità dell’utilizzo dipende dalla qualità delle domande: chi conosce poco un argomento può certamente servirsi dell’IA per imparare, ma deve acquisire progressivamente gli strumenti necessari per riconoscere una risposta debole, incompleta o sbagliata. L’intelligenza artificiale può accelerare l’apprendimento; non rende automaticamente competente chi la usa.
Usata così, l’intelligenza artificiale può ampliare il ragionamento, perché mette alla prova le nostre idee in tempi molto brevi. C’è però un rischio sottile: una risposta ordinata, elegante e sicura può apparire vera anche quando contiene un errore. La qualità della forma non può quindi sostituire la verifica del contenuto. Deve restare l’essere umano a formulare il problema, interpretare la risposta, confrontarla con fonti e conoscenze affidabili e assumersi la responsabilità della scelta finale; altrimenti, la velocità dello strumento rischia soltanto di rendere più rapido anche l’errore.
È qui che si entra nel terreno degli eccessi. L’uso diventa problematico quando smettiamo di considerare l’IA un supporto e le attribuiamo un’autorità che non dovrebbe avere, delegandole decisioni personali, professionali o morali che richiedono conoscenza del contesto, giudizio e responsabilità. Il fatto che una risposta sia disponibile, immediata e formulata con sicurezza non la rende automaticamente corretta, né autorizza chi la riceve a sottrarsi alle conseguenze della scelta.
Ricordo, per esempio, di aver sentito raccontare in una trasmissione un episodio che non sono riuscito a verificare e che considero quindi soltanto un aneddoto: un personaggio famoso avrebbe chiesto a un sistema di intelligenza artificiale se dovesse divorziare e, dopo aver ricevuto una risposta affermativa, avrebbe deciso di farlo. Non mi interessa presentare questa vicenda come un fatto accertato, né usarla per criticare la tecnologia. Mi interessa l’errore che descrive: attribuire a uno strumento un’autorità decisionale che non può e non dovrebbe avere.
Una scelta come separarsi dal proprio coniuge non può essere delegata a un modello linguistico. L’IA può aiutare una persona a mettere ordine nei pensieri, formulare domande, esaminare alternative e considerare conseguenze che non aveva valutato; può diventare uno spazio di riflessione, non il soggetto che decide. Non conosce l’intera esperienza delle persone coinvolte, non vive gli effetti della scelta e non può farsene carico. Quel peso rimane umano.
Anche sul piano etico servono distinzioni. Un sistema di intelligenza artificiale può essere progettato e addestrato per rispettare regole, principi e vincoli definiti dagli esseri umani, e può richiamare considerazioni morali presenti nei materiali su cui è stato costruito. Non possiede però una coscienza morale personale, non sviluppa intenzioni nel significato umano e non vive le conseguenze delle indicazioni che produce. Le regole incorporate nel sistema derivano da scelte umane; umana rimane anche la responsabilità di interpretarne le risposte e decidere se, come e quando usarle.
L’intelligenza artificiale, dunque, non ci costringe a smettere di pensare. Può ridurre il nostro ragionamento se decidiamo di delegarle tutto, oppure può aiutarci ad approfondirlo se conserviamo curiosità, capacità critica e responsabilità. Lo strumento è lo stesso; ciò che cambia è il posto che scegliamo di assegnargli. La tecnologia non prenderà questa decisione al posto nostro.

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