
Work in Progress — Un +1 al giorno
Da bambino conoscevo quasi tutte le automobili che vedevo passare o comparire sulle riviste specializzate. Non mi bastava riconoscere la marca o il modello: studiavo le caratteristiche tecniche, confrontavo le soluzioni adottate dai costruttori, costruivo modellini e disegnavo carrozzerie nuove, immaginando automobili che ancora non esistevano. A un certo punto arrivai persino a pensare a un motore a combustione interna alimentato a idrogeno. Quando ne parlai con i compagni di scuola fui pesantemente preso in giro. Non considero quell’episodio un trauma, né una prova di genialità precoce. Era soltanto il modo, forse ingenuo ma autentico, in cui prendeva forma una passione profonda.
Le automobili non rappresentavano per me uno strumento per arrivare altrove. Non erano il simbolo di un mestiere prestigioso o la promessa di un futuro definito. Erano già una parte importante della mia vita: un territorio nel quale curiosità, immaginazione e desiderio di capire si incontravano senza bisogno di essere giustificati. Lo sono ancora oggi, anche se nel tempo il rapporto con esse è cambiato e si è arricchito di esperienza.
Accanto a questa passione ce n’era un’altra, apparentemente lontanissima: l’antico Egitto. Mi affascinavano la storia, la cultura e il mistero di quella civiltà, al punto che arrivai a studiare la grammatica egizia. Anche in questo caso non seguivo un’indicazione ricevuta da qualcuno e non cercavo un’utilità immediata. Mi muoveva il piacere di entrare in un sistema complesso, comprenderne i segni e ricostruire i collegamenti nascosti dietro ciò che, a prima vista, sembrava indecifrabile.
Riconosco in quelle passioni lo stesso filo che ho individuato nel capitolo precedente, Il filo che non avevo visto: il desiderio di studiare, conoscere, comprendere e rendere accessibile ciò che appare complesso. Allora non lo avrei descritto in questi termini. Ero semplicemente attratto da alcune cose e dedicavo loro tempo ed energia perché mi interessavano. Oggi, però, quel ricordo solleva una domanda ulteriore. Aver riconosciuto un filo conduttore nella propria vita non significa averlo lasciato libero di orientare le scelte. Un interesse può rimanere vivo e, nello stesso tempo, essere collocato ai margini delle decisioni che costruiscono concretamente un’esistenza.
Dalle passioni alle scelte
Il primo passaggio importante riguardò la scuola superiore. Avrei voluto frequentare il liceo scientifico, una scelta che sentivo coerente con la mia curiosità per la tecnica e con il modo in cui mi piaceva affrontare i problemi. Mio padre volle invece che frequentassi il liceo classico. Accettai la sua indicazione e iniziai un percorso diverso da quello che avrei preferito. Non fu una scelta priva di valore: il classico mi diede strumenti culturali, disciplina nello studio e familiarità con forme di pensiero che mi sono state utili. Ma il fatto che abbia prodotto conseguenze positive non cambia il punto di partenza: non era la direzione che avrei scelto io.
Qualche anno dopo si ripresentò un passaggio simile. L’interesse per l’antico Egitto non si era esaurito e avrei desiderato studiare egittologia. Fui orientato verso ingegneria, considerata una strada più solida e probabilmente più riconoscibile come scelta professionale. Anche quella volta non opposi una resistenza sufficiente a sostenere ciò che desideravo. Ingegneria, peraltro, non era estranea ai miei interessi: conteneva il rigore, la complessità e la dimensione tecnica che mi attiravano. Proprio questa parziale compatibilità rese più facile accettare la deviazione. Non stavo andando verso qualcosa che rifiutavo; stavo rinunciando a qualcosa che sentivo maggiormente mio in favore di un percorso che potevo comunque comprendere e affrontare.
Il terzo passaggio arrivò con il lavoro. Avrei voluto entrare nell’industria automobilistica, trasformando una passione antica in un ambito professionale. Intrapresi invece una carriera nel nascente mondo SAP. Anche qui la distanza non fu assoluta. Quel settore mi offriva problemi complessi da comprendere, sistemi da organizzare, conoscenze da tradurre in soluzioni utilizzabili: attività nelle quali il mio filo conduttore poteva continuare a esprimersi. Cominciai così un cammino che sarebbe diventato importante, impegnativo e, sotto molti aspetti, soddisfacente.
Guardati separatamente, questi tre passaggi possono sembrare normali aggiustamenti tra desideri giovanili e realtà. Considerati insieme, mostrano invece un meccanismo ricorrente. Ogni volta avevo una preferenza riconoscibile, ogni volta una direzione diversa veniva presentata come più opportuna e ogni volta sceglievo di adattarmi. Dopo la prima decisione, la successiva risultava più naturale: non perché fosse inevitabile, ma perché avevo già imparato a considerare la volontà altrui come un criterio più autorevole della mia.
La distinzione essenziale è che non fui materialmente impossibilitato a scegliere diversamente. Le alternative esistevano. Avrebbero richiesto discussioni, fermezza e la disponibilità ad affrontare conseguenze che allora mi spaventavano, ma erano praticabili. Avevo paura delle reazioni dei miei genitori e, soprattutto, di deluderli. Mia madre aveva un carattere autoritario; mio padre aveva invece un carattere molto simile al mio, ma il suo ruolo nella famiglia e la sua posizione professionale di direttore della SIP lo rendevano ai miei occhi un’autorità difficilmente discutibile. Non è necessario attribuire loro intenzioni che non posso conoscere, né giudicare con i criteri di oggi decisioni prese molti anni fa. È sufficiente riconoscere l’effetto che quel contesto aveva su di me.
Per molto tempo ho raccontato quelle scelte mettendo in primo piano le aspettative dei miei genitori. Era una descrizione vera, ma incompleta, perché lasciava sullo sfondo la parte che dipendeva da me. Loro espressero preferenze forti; io decisi di non sostenere le mie fino al punto in cui il confronto sarebbe diventato difficile. Preferii la sicurezza dell’approvazione al rischio del dissenso.
La formula più onesta che riesco a usare è questa: Una vita plasmata su un copione scritto da altri, che ho deciso di recitare.
La seconda parte della frase è la più scomoda e anche la più utile. Se mi limitassi a dire che il copione era stato scritto da altri, potrei collocare altrove la responsabilità e conservare di me l’immagine di chi non aveva scelta. Dire che ho deciso di recitarlo non assolve nessuno e non accusa nessuno; restituisce semplicemente alla mia storia la quota di libertà che allora non esercitai. Non si trattò di una decisione unica e solenne, ma di una serie di assensi, rinunce e adattamenti che, accumulandosi, finirono per apparire come il corso naturale delle cose.
La responsabilità che non vedevo
Assumersi responsabilità e prendere decisioni autonome non sono la stessa cosa. Per molti anni le ho considerate quasi equivalenti. Mi sembrava che essere affidabile, rispettare gli impegni e rispondere dei risultati dimostrasse automaticamente la mia capacità di scegliere. La carriera professionale ha rafforzato questa convinzione: ho affrontato problemi complessi, guidato attività importanti, preso decisioni con effetti su progetti, organizzazioni e persone. Non mi sono sottratto alle difficoltà e ho imparato a valutare rischi, priorità e conseguenze.
Eppure, nello spazio personale, continuavo spesso a comportarmi in modo diverso. Più una decisione coinvolgeva persone alle quali tenevo, più il loro possibile dissenso diventava difficile da sostenere. Potevo assumermi responsabilità molto rilevanti nel lavoro e, nello stesso tempo, esitare davanti a una preferenza personale se immaginavo che avrebbe deluso qualcuno. Il paradosso non riguarda una mancanza generale di coraggio o di carattere. Riguarda la differenza tra saper rispondere bene dentro un ruolo riconosciuto e accettare di esporsi quando il ruolo non offre una risposta già legittimata.
Soddisfare le aspettative degli altri può richiedere impegno, disciplina e perfino sacrificio. Non è necessariamente una scelta facile o passiva. Ma resta diverso dal valutare quelle aspettative insieme ai propri desideri e decidere poi con consapevolezza. Nel mio caso l’adattamento era diventato così familiare da non presentarsi più come una rinuncia. Spesso non formulavo neppure il conflitto in modo esplicito: anticipavo le possibili obiezioni, ridimensionavo ciò che volevo e arrivavo alla discussione con una decisione già corretta in favore dell’approvazione.
Le abitudini apprese funzionano anche così. Non impongono sempre un comportamento dall’esterno; finiscono per diventare il modo spontaneo con cui interpretiamo le possibilità. Il timore del conflitto e il bisogno di approvazione non cancellavano la mia volontà, ma ne riducevano in anticipo il peso. La domanda non era più soltanto «che cosa desidero e quali conseguenze comporta?», bensì «come posso evitare che questa scelta provochi disaccordo?». Quando la seconda domanda precede stabilmente la prima, la libertà formale rimane, ma viene esercitata dentro confini molto stretti.
La morte dei miei genitori ha segnato un cambiamento importante nella mia vita. La loro assenza ha eliminato la possibilità concreta di un confronto con loro, ma non ha modificato automaticamente il modo in cui ero abituato a decidere. Le persone non c’erano più; alcuni comportamenti appresi, invece, erano rimasti. Avevo interiorizzato non tanto le singole indicazioni ricevute, quanto il criterio con cui attribuivo valore alle diverse voci: quella degli altri entrava nel processo decisionale con un’autorità immediata, la mia doveva prima dimostrare di essere ragionevole, innocua e compatibile con ogni aspettativa.
Questa constatazione è stata più importante della ricerca delle cause. Posso comprendere il contesto familiare, riconoscere il peso dei caratteri e delle posizioni, ricordare la paura che provavo, ma nulla di tutto questo, oggi, decide al posto mio. Se un comportamento continua anche quando la pressione originaria non esiste più, diventa una mia responsabilità riconoscerlo. Non perché ne sia colpevole, ma perché sono l’unico che può modificarlo.
Riconoscere questa responsabilità non significa dichiarare sbagliata la vita che ne è derivata. La carriera in SAP mi ha permesso di sviluppare competenze, raggiungere traguardi, incontrare persone, assumere responsabilità e costruire qualcosa che non intendo rinnegare. Mi ha anche consentito di usare qualità che mi appartenevano da molto prima: la curiosità, il piacere di studiare, la capacità di comprendere sistemi complessi e di renderli più accessibili. Una vita professionale soddisfacente può nascere da una decisione che, all’inizio, non era quella desiderata. Le due cose non si escludono.
Proprio per questo non mi interessa immaginare nei dettagli la vita che avrei avuto studiando egittologia o lavorando nell’industria automobilistica. Non posso sapere quali opportunità avrei incontrato, quali errori avrei commesso o quale prezzo avrei pagato. Trasformare quelle alternative in esistenze idealizzate sarebbe un modo elegante per evitare il presente. Il passato mi è utile soltanto se mi permette di vedere meglio il criterio con cui ho scelto, non se diventa un archivio di possibilità perdute.
Per questo ho apprezzato molto: Quel che resta del giorno, il film di James Ivory. Stevens interpreta impeccabilmente il proprio ruolo e proprio questa impeccabilità finisce per lasciare troppo poco spazio ai suoi desideri. La sua storia è diversa dalla mia e non offre un parallelismo da forzare, ma rende visibile un rischio che riconosco: si può svolgere bene la parte assegnata, ottenere risultati e rispetto e accorgersi solo tardi che la qualità dell’esecuzione non risponde alla domanda su chi abbia scelto il ruolo.
Il capitolo precedente mi aveva aiutato a riconoscere ciò che è rimasto costante nella mia storia. Questo passo ulteriore mi obbliga a distinguere la continuità dell’identità dalla coerenza delle decisioni. Sono riuscito a conservare il mio filo anche dentro percorsi che non avevo scelto fino in fondo, ma non voglio più limitarmi a proteggerlo negli spazi lasciati liberi dalle aspettative altrui. La consapevolezza acquista valore quando modifica il modo in cui valuto la scelta successiva.
Il criterio delle scelte future
Per me autonomia significa anzitutto riconoscere il desiderio personale come una componente legittima del processo decisionale. Non significa considerarlo l’unico elemento, né attribuirgli automaticamente ragione. Una preferenza può essere poco realistica, incompatibile con responsabilità già assunte o bisognosa di essere riformulata. Ma deve poter entrare nella valutazione senza essere screditata in partenza soltanto perché potrebbe creare una discussione. Per molti anni ho concesso alle esigenze degli altri il diritto di presentarsi come fatti e alle mie quello più fragile di apparire come desideri. Voglio correggere questa asimmetria.
Essere autonomi non significa rifiutare consigli, scegliere sistematicamente contro le aspettative altrui o difendere ogni impulso in nome dell’autenticità. Sarebbe un’altra forma di dipendenza: decidere per opposizione significa lasciare ancora agli altri il potere di stabilire la direzione, anche se poi si percorre quella contraria. L’autonomia che cerco è meno appariscente e più esigente. Consiste nell’ascoltare opinioni, vincoli e bisogni senza perdere la capacità di riconoscere quali ragioni considero davvero mie.
Questo non rende le decisioni più semplici. Al contrario, toglie la comodità di un criterio automatico. Se il consenso non è più la misura principale, devo confrontare desideri, doveri, rischi e conseguenze senza sapere in anticipo quale voce prevarrà. Alcune volte sceglierò ancora di adattarmi, perché sarà giusto proteggere un rapporto, rispettare un impegno o rinunciare a un vantaggio personale. La differenza non starà necessariamente nel risultato visibile, ma nel fatto che quella rinuncia sarà valutata e assunta, non anticipata per evitare il disagio del confronto.
Anche il filo riconosciuto nel Capitolo 5 acquista qui un significato più concreto. Sapere che sono attratto dallo studio, dalla comprensione e dalla capacità di rendere accessibili cose complesse non mi impone di cambiare professione o di trasformare radicalmente la mia esistenza. Mi offre però un criterio di coerenza. Posso chiedermi se le direzioni che prenderò concedano spazio a ciò che riconosco come mio, se utilizzino davvero le capacità maturate e se mi permettano di continuare a imparare senza relegare la curiosità a un’attività marginale.
Il rapporto con gli altri resta la parte più delicata. La paura di deludere le persone importanti non è scomparsa e non voglio fingere che basti averla riconosciuta per neutralizzarla. È un sentimento che continuerà probabilmente a comparire quando una decisione significativa incontrerà aspettative diverse. Il mio obiettivo non è eliminarlo, ma impedirgli di diventare automaticamente il criterio determinante. Posso ascoltare quella paura come un segnale del valore che attribuisco a un legame, senza trattarla come una prova che la mia scelta sia sbagliata.
Rispetto, amore e autonomia non sono necessariamente in contraddizione. Una decisione personale può essere autentica anche quando richiede confronto, negoziazione e compromesso. Il compromesso non è una resa se nasce dall’incontro tra posizioni espresse con chiarezza; lo diventa quando una delle posizioni non viene nemmeno portata al tavolo. In passato ho spesso confuso la pace ottenuta evitando il conflitto con l’equilibrio. Ora voglio imparare a distinguere una mediazione reale da una rinuncia preventiva.
Questo comporta anche la disponibilità a lasciare che gli altri reagiscano. Non posso rivendicare autonomia e, nello stesso tempo, pretendere che ogni mia decisione venga compresa immediatamente o accolta senza disagio. Le persone hanno diritto alle proprie aspettative, alle proprie preoccupazioni e perfino al proprio dissenso. La mia responsabilità è esporre le ragioni con rispetto, ascoltare ciò che può correggere la mia valutazione e non usare l’eventuale disapprovazione come prova definitiva contro ciò che desidero.
Non mi aspetto di modificare in un giorno un modo di agire consolidato nel corso di decenni. Anche questa pretesa sarebbe poco coerente con ciò che ho imparato lungo il percorso di Work in Progress. Il cambiamento che considero possibile è progressivo e deve diventare riconoscibile nelle decisioni concrete: nel momento in cui mi accorgo che sto riducendo una preferenza soltanto per prevenire il dissenso, nella disponibilità a non chiudere subito una possibilità, nella capacità di restare dentro una conversazione anche quando non produce approvazione immediata.
Il mio prossimo +1 non è quindi una scelta clamorosa già individuata, né un programma di esercizi con cui misurare ogni giornata. È uno spostamento del criterio: dare alla mia volontà il tempo e lo spazio necessari per essere compresa prima di decidere se seguirla, correggerla o rinunciarvi. Può sembrare una differenza minima, perché spesso non sarà visibile dall’esterno. Eppure, è proprio nel punto in cui attribuisco peso alle ragioni che si decide chi partecipa davvero alla scelta.
Il futuro che immagino non è dunque una correzione del passato, ma una prosecuzione più consapevole. Porto con me ciò che ho imparato nel liceo classico, negli studi di ingegneria e nella carriera in SAP; porto anche le passioni che hanno attraversato gli anni senza scomparire. Non devo scegliere tra queste parti come se una sola fosse autentica. Posso cercare una composizione nella quale ciò che ho costruito e ciò che riconosco come mio smettano di occupare spazi separati.
In questa prospettiva, il riscatto non consiste nel recuperare una vita mancata. Consiste nell’usare la libertà disponibile adesso. È una libertà diversa da quella dei vent’anni, perché incontra più vincoli e più responsabilità, ma dispone anche di maggiore esperienza, strumenti più solidi e una conoscenza di me che allora non avevo. Sarebbe contraddittorio rimpiangere di non aver scelto abbastanza in passato e poi ignorare le possibilità di scelta che esistono nel presente.
La Self-Determination Theory, sviluppata da Edward Deci e Richard Ryan, offre una cornice utile per comprendere questo passaggio senza ridurlo a una dichiarazione di indipendenza. La teoria individua nell’autonomia, insieme alla competenza e alla relazionalità, uno dei bisogni psicologici fondamentali. In questo contesto autonomia non significa isolamento né assenza di legami: indica la possibilità di agire con un senso di volontà e di riconoscersi nelle ragioni delle proprie azioni.
Questa prospettiva distingue i comportamenti vissuti soprattutto come risposta a pressioni esterne da quelli che percepiamo come scelti e fatti nostri, anche quando richiedono impegno o rispondono a responsabilità verso altre persone. La distinzione è rilevante per la mia storia perché sposta la domanda dal contenuto della decisione al rapporto che stabilisco con essa. Non devo fare sempre ciò che voglio nel significato più immediato dell’espressione; devo poter comprendere e riconoscere come mie le ragioni per cui agisco.
Non posso riscrivere il copione delle scelte passate, e non ne vedo la necessità. Quelle pagine contengono rinunce, ma anche lavoro, incontri, apprendimenti e risultati che mi appartengono. Posso però smettere di comportarmi come se le parti successive fossero già state assegnate. Il prossimo +1 consiste nel partecipare con maggiore consapevolezza alla loro scrittura, senza pretendere di essere l’unico autore e senza rinunciare ancora una volta alla mia voce.
Chi scriverà il prossimo capitolo non è quindi una domanda rivolta a un futuro astratto. È una domanda che accompagna ogni decisione nella quale posso scegliere se ripetere il copione conosciuto o contribuire davvero a definirne lo sviluppo. Non rinnego le pagine già scritte; voglio che mi aiutino a riconoscere, mentre la storia continua, il momento in cui mi spetta prendere parte alla scrittura di quelle future.
Approfondimenti
- Edward L. Deci e Richard M. Ryan, Intrinsic Motivation and Self-Determination in Human Behavior, Springer, 1985.
- Richard M. Ryan ed Edward L. Deci, Self-Determination Theory: Basic Psychological Needs in Motivation, Development, and Wellness, Guilford Press, 2017.
- Kazuo Ishiguro, Quel che resta del giorno.
- Robin Sharma, Concentrazione profonda.
