
Ed ecco un’altra domenica. Ed eccomi nuovamente davanti al computer, alle prese con il consueto capitolo settimanale di Work in Progress.
Devo ammettere che questa settimana è diverso. Sono successe tante cose, alcune piacevoli, altre decisamente meno, e tutte, in qualche modo, hanno finito per mettere alla prova quella volontà di crescere che da mesi cerco di trasformare in qualcosa di concreto.
Ho ricevuto notizie di persone alle quali, in passato, avevo accordato la mia fiducia e che oggi, forti di una posizione che probabilmente considerano privilegiata, hanno trovato il tempo e il modo di parlare male di me, del mio passato e del mio presente. Voci arrivate indirettamente, naturalmente, perché certe persone sembrano trovare molto più semplice raccontare agli altri ciò che pensano di te piuttosto che dirtelo guardandoti negli occhi.
Le definirei fastidiose zanzare. Quelle che senti ronzare intorno alle orecchie, che cerchi inutilmente di allontanare e che, pur sapendo quanto siano insignificanti rispetto a tutto il resto, riescono comunque a disturbarti.
La cosa che mi ha colpito maggiormente, però, non è stata tanto la cattiveria delle parole, quanto la provenienza. Evidentemente continuo ad attribuire alla fiducia un valore che non tutti le riconoscono e, quando scopro di averla riposta male, ne rimango deluso. Mi piacerebbe poter dire che certi comportamenti mi lasciano completamente indifferente, ma sarebbe poco sincero. Mi infastidiscono, qualche volta mi feriscono e, soprattutto, mi fanno perdere tempo a cercare spiegazioni che probabilmente non esistono.
Nella stessa settimana, quasi a voler ristabilire un certo equilibrio, ho avuto anche dimostrazioni concrete di che cosa significhi essere amici. Persone che hanno saputo distinguere il rapporto personale dagli interessi, dalle convenienze e dalle circostanze del momento. Qualcuno potrebbe obiettare che l’amicizia e gli affari sono due cose distinte, e avrebbe perfettamente ragione. In teoria. Nella pratica, tuttavia, ho imparato che questa distinzione diventa molto meno evidente quando entrano in gioco interessi economici, rapporti professionali o situazioni complicate.
È proprio in quei momenti che si comprende quanto valgano certe relazioni. Quando tutto funziona, essere amici è relativamente semplice; quando le cose si complicano, invece, il significato di quella parola emerge con maggiore chiarezza. Mi sono quindi ritrovato, nel giro di pochi giorni, a riflettere su due manifestazioni quasi opposte dei rapporti umani: la facilità con la quale qualcuno può tradire la fiducia ricevuta e la naturalezza con la quale qualcun altro riesce a dimostrare la propria lealtà.
E forse è proprio da qui che voglio partire oggi.
Da mesi sto cercando di costruire qualcosa. Non saprei ancora definirlo compiutamente, perché non si tratta di un progetto con un inizio, una fine e una serie di attività ordinate in mezzo. Riguarda il mio modo di vivere, di lavorare, di affrontare le difficoltà e di relazionarmi con le persone. Riguarda anche il rapporto che ho con me stesso, con i miei errori e con le aspettative che continuo ad avere.
Ogni giorno cerco di aggiungere un piccolo pezzo a questa costruzione, anche quando ho la sensazione di aver fatto due passi indietro anziché uno avanti. Ci sono giornate nelle quali riesco a riconoscere il risultato di ciò che ho fatto e altre nelle quali fatico persino a capire se mi sto muovendo nella direzione giusta. Ho imparato, o forse sto ancora imparando, che la volontà di migliorare non produce automaticamente un miglioramento. Tra l’intenzione e il risultato esiste uno spazio che bisogna riempire con azioni, decisioni, errori, correzioni e, soprattutto, costanza.
Proprio pensando a quest’ultima parola, mi è tornato in mente un autore che avevo incontrato tanti anni fa, durante gli studi classici: Lucio Anneo Seneca.
Seneca è uno di quei personaggi che diventano particolarmente interessanti quando si smette di considerarli soltanto attraverso le loro opere e si prova a osservare la vita che hanno condotto.
Nato a Cordova, nella Spagna romana, intorno al 4 a.C., fu filosofo stoico, scrittore e uomo politico. Conobbe il successo e il potere, ma anche l’esilio, le rivalità e le conseguenze spesso drammatiche della vita pubblica romana. Nel 41 d.C. venne esiliato in Corsica per ordine dell’imperatore Claudio, dove rimase per circa otto anni. Tornato a Roma nel 49, divenne precettore di Nerone e successivamente uno dei suoi principali consiglieri, fino a quando il deterioramento dei rapporti con l’imperatore lo portò ad allontanarsi progressivamente dalla politica. Nel 65 d.C., accusato di aver preso parte alla congiura di Pisone, fu costretto a togliersi la vita.
Una vita tutt’altro che tranquilla, attraversata da contraddizioni che rendono il personaggio ancora più interessante. Seneca predicava il distacco dalle ricchezze materiali, ma possedeva un patrimonio considerevole; rifletteva sulla libertà interiore, ma aveva vissuto a stretto contatto con il potere e con i suoi compromessi.
Sarebbe facile giudicare queste contraddizioni con il senno di poi, magari utilizzandole per mettere in discussione il valore delle sue riflessioni. A me, invece, interessano proprio perché restituiscono l’immagine di un uomo che, pur avendo dedicato la propria esistenza alla ricerca della saggezza, dovette continuamente confrontarsi con le difficoltà della vita reale.
In una delle sue opere, il De providentia, Seneca affronta una domanda tanto semplice nella formulazione quanto complessa nelle implicazioni: se il mondo è governato da una provvidenza razionale, perché anche gli uomini buoni devono soffrire?
La sua risposta riflette la filosofia stoica, secondo la quale le difficoltà possono diventare occasioni per esercitare e mettere alla prova la propria virtù. La loro presenza non significa necessariamente che il mondo sia ingiusto o che il nostro comportamento sia sbagliato.
Nel capitolo V, paragrafo 9, scrive:
«Il suo cammino non sarà pianeggiante: dovrà salire e scendere, essere sballottato dai flutti e governare la nave nelle acque agitate. Dovrà mantenere la rotta contro la fortuna; incontrerà molte difficoltà dure e aspre, ma sarà lui stesso a doverle attenuare e spianare.»
Poco dopo aggiunge:
«Il fuoco mette alla prova l’oro, la sventura gli uomini forti.»
Sono trascorsi quasi duemila anni da quando furono scritte queste parole, eppure mi sembra che conservino una sorprendente attualità.
Mi interessa soprattutto l’immagine della nave, perché rappresenta molto bene la differenza tra avere una direzione e riuscire effettivamente a seguirla. Chiunque abbia avuto occasione di navigare sa che mantenere una rotta non significa necessariamente procedere in linea retta. Il vento cambia, le correnti spingono lateralmente, il mare può diventare agitato e chi tiene il timone deve continuamente intervenire per compensare ciò che accade intorno all’imbarcazione.
A volte è necessario modificare l’andatura, ridurre la superficie velica o seguire temporaneamente una direzione diversa da quella che condurrebbe direttamente alla destinazione. Tutto questo fa parte della navigazione. Ed è proprio qui che, secondo me, si trova un aspetto importante del ragionamento di Seneca.
La costanza non consiste nel continuare ostinatamente a fare la stessa cosa, indipendentemente dai risultati. Sarebbe piuttosto una forma di rigidità, e ho già avuto modo di riflettere, parlando del giunco e della quercia, su quanto possa essere pericoloso confondere la rigidità con la forza.
Essere costanti significa avere sufficientemente chiara la direzione da poter modificare il percorso senza perdere di vista ciò che si vuole raggiungere.
Io sono il conduttore di me stesso, l’artefice delle mie scelte e delle mie azioni. Nessuno può assumersi al posto mio la responsabilità di ciò che faccio e, soprattutto, di ciò che non faccio.
Sto affrontando un percorso di crescita personale che, alla mia età, presenta difficoltà particolari. Ho alle spalle abbastanza anni per aver consolidato abitudini, comportamenti e modi di ragionare che non si modificano semplicemente perché, una mattina, decidiamo che sarebbe opportuno cambiarli.
Alcuni di questi comportamenti mi hanno aiutato a raggiungere risultati importanti, altri mi hanno condotto a commettere errori che oggi riconosco con maggiore chiarezza. Sarebbe comodo attribuire tutto alle circostanze, alle persone incontrate o alla sfortuna, ma non sarebbe corretto.
Se voglio davvero continuare a crescere, devo essere capace di riconoscere la mia parte di responsabilità anche nelle situazioni che preferirei dimenticare.
Ho commesso tanti errori, alcuni anche importanti. Ho sopravvalutato persone e situazioni, ho sottovalutato rischi, ho rimandato decisioni che avrebbero richiesto maggiore tempestività e, qualche volta, ho confuso il desiderio di ottenere un risultato con la capacità concreta di costruirlo.
Non posso modificare ciò che è accaduto, ma posso lavorare sulle ragioni che mi hanno portato a compiere determinate scelte. Ed è un lavoro molto meno semplice di quanto possa apparire, perché comporta mettere in discussione anche aspetti di sé ai quali si è profondamente affezionati.
In questo senso, la mia costanza è il vento che gonfia le vele.
Le malelingue, le critiche e le persone che sembrano trovare soddisfazione nelle difficoltà altrui sono correnti trasversali. Possono disturbare la navigazione, costringermi a correggere il timone e persino rallentarmi, ma il loro effetto dipende anche da quanto spazio decido di concedere loro.
Se continuo a guardare soltanto nella direzione dalla quale provengono quelle correnti, finirò inevitabilmente per perdere di vista la rotta.
È quello che voglio evitare.
Mi rendo conto che molte persone mi considerano un uomo fondamentalmente fortunato. Ho avuto opportunità che altri non hanno avuto, ho conosciuto ambienti e persone interessanti, ho svolto e continuo a svolgere un lavoro che mi permette di confrontarmi con problemi complessi e di imparare continuamente.
Allo stesso tempo, ho spesso la sensazione che qualcuno mi consideri, scusate il francesismo, un coglione. Una persona che, pur avendo avuto molto, non è sempre riuscita a farne buon uso.
E sapete una cosa? In parte potrei persino comprendere questo giudizio, se fosse accompagnato dalla volontà di conoscere davvero ciò che ho vissuto, le ragioni delle mie decisioni e le conseguenze che ho dovuto affrontare.
Il problema nasce quando un giudizio diventa un’etichetta e quell’etichetta pretende di descrivere un’intera persona.
Non ho alcuna intenzione di trascorrere il resto della mia vita a difendermi da rappresentazioni costruite da altri, né sento il bisogno di dimostrare continuamente di essere diverso da come qualcuno mi descrive.
Rivendico il diritto di essere quello che sono, con le mie qualità, i miei difetti, le mie contraddizioni e la volontà di migliorare. Senza togliere nulla agli altri e senza lasciare che le loro parole diventino il metro con il quale misuro il mio valore.
Del resto, sono l’unica versione originale di me stesso. Ed è proprio su questa versione che devo continuare a lavorare.
In concreto, questo significa tornare ogni giorno alle cose che considero importanti.
Significa affrontare il lavoro con la volontà di produrre risultati migliori di quelli ottenuti in precedenza. In questi giorni, per esempio, sto progettando per un cliente importante una soluzione per la gestione della produzione e mi interessa che ciò che stiamo costruendo rappresenti un vero miglioramento rispetto alle soluzioni utilizzate in passato. Mi piace l’idea di poter osservare qualcosa che prima funzionava in un certo modo, comprenderne i limiti e contribuire a renderlo più efficace. È una delle ragioni per le quali, dopo tanti anni, continuo ad appassionarmi al mio lavoro, anche se non è quello che avrei voluto fare.
Significa anche dedicare buona parte del tempo libero a studiare, scrivere e sviluppare i miei progetti personali. I miei due siti, per esempio, sono ancora lontani da ciò che vorrei diventassero, ma ogni pagina realizzata, ogni articolo scritto e ogni problema risolto aggiungono un elemento a qualcosa che, qualche mese fa, esisteva soltanto nella mia immaginazione.
Non sempre procedo alla velocità che vorrei. Qualche volta passo ore a cercare una soluzione che immaginavo di trovare in pochi minuti, altre volte mi accorgo che una scelta fatta il giorno precedente deve essere rivista. Mi infastidisco, naturalmente, ma continuo a trovare piacere nel processo stesso della costruzione.
E credo che questo sia uno dei cambiamenti più interessanti che sto osservando in me.
Per molto tempo ho attribuito un’importanza enorme al risultato finale, tanto da vivere tutto ciò che lo precedeva quasi esclusivamente come un ostacolo da superare. Oggi sto cercando di dare maggiore valore anche a ciò che accade durante il percorso, senza per questo dimenticare quanto sia importante arrivare a risultati concreti.
Perché un progetto che rimane eternamente in costruzione senza produrre nulla rischia di trasformarsi in una comoda giustificazione. E io non voglio che Work in Progress diventi questo.
Voglio poter guardare indietro, tra qualche mese, e riconoscere cambiamenti reali: una decisione presa con maggiore lucidità, un problema finalmente risolto, un rapporto gestito meglio, un lavoro completato, una promessa fatta a me stesso e mantenuta.
Piccoli risultati, magari, ma verificabili.
Tornando alla settimana appena trascorsa, mi accorgo che le avversità vere sono altre rispetto alle parole velenose di chi preferisce osservare, giudicare e magari augurarsi che qualcun altro fallisca.
Le vere difficoltà sono quelle che richiedono decisioni, impegno, responsabilità e, qualche volta, la capacità di accettare conseguenze che non avremmo voluto affrontare.
Sono i problemi che non si risolvono ignorandoli, le situazioni nelle quali bisogna trovare risorse che non pensavamo di possedere e le giornate nelle quali, pur avendo lavorato tanto, abbiamo ancora la sensazione di essere lontani da ciò che desideriamo raggiungere.
La settimana che si conclude oggi mi ha ricordato quanto sia facile lasciarsi distrarre da questioni che, se osservate con un minimo di distanza, hanno un’importanza molto relativa.
Mi ha però ricordato anche che ci sono persone sulle quali posso contare e attività nelle quali continuo a riconoscermi, dalle quali traggo soddisfazione e che mi permettono di guardare al futuro con curiosità. Ed è proprio questa curiosità, insieme alla volontà di ottenere risultati, che vorrei continuare ad alimentare.
Non so ancora quale forma assumerà ciò che sto costruendo. Alcune parti del progetto sono sufficientemente chiare, altre dovranno essere ripensate e probabilmente ce ne saranno alcune da demolire completamente, perché costruite su fondamenta che non erano solide quanto credevo.
È una possibilità che oggi considero con maggiore serenità. Ricominciare a costruire una parte non significa necessariamente aver fallito nell’intero progetto.
Forse è anche questo il senso della navigazione di Seneca: riuscire a distinguere ciò che merita di essere mantenuto da ciò che deve essere modificato, senza attribuire a ogni cambiamento di rotta il significato di una sconfitta.
Mi piace pensare che ogni domenica, tornando davanti a questo computer, io possa aggiungere un piccolo elemento alla costruzione. Qualche volta sarà qualcosa di nuovo, altre volte si tratterà di correggere ciò che avevo fatto in precedenza.
E ci saranno certamente settimane nelle quali avrò la sensazione di non aver costruito nulla.
Oggi, tuttavia, una cosa mi sembra sufficientemente chiara: essere in un momento di discesa non significa aver perduto la capacità di preparare una salita.
La salita richiederà energia, decisioni e probabilmente qualche ulteriore correzione di rotta. La costanza, da sola, non basterà se non saprò accompagnarla con la capacità di scegliere e di agire.
Ho ancora molte cose da sistemare, diversi problemi da risolvere e altrettante idee alle quali vorrei dare forma.
Ho solo bisogno di trovare la spinta giusta. E, possibilmente, di imparare a produrla da solo.
