
Domenica 19 ottobre. È mattina presto e davanti a me ci sono un quaderno, una penna stilografica e una quantità di pensieri che non hanno ancora deciso in quale ordine presentarsi. Non accendo il computer, non apro Word. Comincio a scrivere a mano, lentamente, con quella piccola resistenza della carta che costringe la penna a procedere a una velocità diversa da quella a cui mi sono abituato.
Da qualche giorno ho pubblicato due articoli sul mio sito. Li ho riletti più volte e non posso dire che siano scritti male: i ragionamenti sono comprensibili, le frasi ordinate, gli errori corretti. La soddisfazione, però, non arriva. C’è qualcosa che non riesco a indicare con precisione, almeno non subito. Continuo a pensarci mentre riempio le prime righe del quaderno e, poco alla volta, mi accorgo che forse il problema riguarda meno ciò che manca nei testi di ciò che è mancato a me mentre li scrivevo.
Negli ultimi tempi ho utilizzato molto l’intelligenza artificiale. È uno strumento prodigioso, capace di aiutarmi a mettere ordine, correggere, confrontare possibilità e abbreviare passaggi che altrimenti richiederebbero ore. La uso e continuerò a usarla. Sarebbe poco credibile sostenere il contrario, oltre che inutile. Ma proprio perché può fare così tanto, qualche volta le ho lasciato uno spazio che avrei voluto conservare per me: quello in cui un pensiero nasce male, procede a tentoni, cambia direzione, trova una parola e poi la cancella, si ferma perché non sa ancora dove andare.
Non mi manca la fatica della scrittura per una forma di nostalgia. Mi manca ciò che accade durante quella fatica. Cercare una frase significa spesso scoprire che il pensiero non era esattamente quello che credevo. Correggere non serve soltanto a rendere il testo più elegante: a volte costringe a riconoscere una contraddizione che avrei preferito ignorare. Se il passaggio viene abbreviato troppo, il risultato può essere migliore e insieme meno mio. È questa possibilità a disturbarmi, non la tecnologia in sé.
Le automobili sono sempre state una mia passione e il paragone che mi viene in mente appartiene inevitabilmente a quel mondo. Se devo attraversare le Alpi per raggiungere una località precisa, posso scegliere l’autostrada, impostare il navigatore e cercare di arrivare nel minor tempo possibile. In molte circostanze sarebbe la scelta più sensata. Quando desidero anche guidare, guardare il paesaggio, fermarmi in un paese che non conoscevo o seguire una strada soltanto perché mi incuriosisce, l’efficienza smette di essere l’unico criterio. Arrivare prima potrebbe significare essermi perso proprio ciò per cui ero partito.
Ho quasi cinquantanove anni, una lunga esperienza professionale, una nuova vita matrimoniale, responsabilità familiari ed economiche importanti e un passato nel quale riconosco numerosi errori. Non mi considero una persona inadeguata e non penso che tutto ciò che ho fatto sia da correggere. Conosco comunque la distanza tra l’uomo che sono e quello che vorrei essere, e in questo periodo la sento con particolare chiarezza.
Sono insoddisfatto di diversi modi in cui affronto i problemi, di alcune reazioni nelle relazioni con le persone e della fatica con cui a volte trasformo intenzioni e ragionamenti in risultati concreti. Posso comprendere una situazione, analizzarla da più punti di vista, perfino descriverla con lucidità, e poi scoprire che quella lucidità non è diventata una decisione o un comportamento diverso. È una constatazione sgradevole, che mi obbliga a riconoscere come capire che qualcosa in me va cambiato non equivalga ancora ad averla cambiata.
Forse è anche per questo che il titolo Work in Progress continua a sembrarmi appropriato. Non descrive un progetto editoriale e nemmeno una parentesi destinata a chiudersi quando avrò sistemato un numero sufficiente di aspetti della mia vita. Descrive la condizione in cui mi trovo: sono una persona in costruzione. Lo sono stato anche quando non me ne rendevo conto e probabilmente continuerò a esserlo, se avrò la capacità di non scambiare qualche risultato per un punto di arrivo definitivo.
Non riesco a indicare una destinazione finale. Non so quale versione di me stesso potrebbe permettermi di dire: ecco, adesso sono arrivato. Soprattutto, non sono sicuro che mi interessi trovarla. Mentre penso a questo, riaffiora una parola incontrata molti anni fa, quando studiavo analisi matematica: asintoto. Ricordo una curva che si avvicina sempre più a qualcosa senza necessariamente raggiungerlo. Il ricordo è vago e non ho intenzione di trasformarlo in una definizione rigorosa. Mi basta l’immagine.
Forse la mia vita assomiglia a quella curva. Forse mi sto avvicinando a qualcosa che sono ancora troppo lontano per riconoscere. Oppure non esiste alcun limite già stabilito e la direzione cambierà insieme a me. Non lo so. L’assenza di una meta definitiva lascia comunque intatta la necessità delle tappe. Ho bisogno di sapere dove voglio arrivare nei prossimi mesi, quali problemi devo affrontare e quali impegni devo rispettare. Voglio essere concreto, determinato e capace di produrre risultati, conservando la presenza necessaria per vivere davvero il percorso che conduce a ciascun traguardo.
Due giorni dopo, il viaggio appare meno affascinante.
È mercoledì 21 ottobre, fuori piove e io sono stanco, preoccupato, poco entusiasta. Una telefonata con mia moglie riporta in superficie problemi che non hanno bisogno di metafore: richiedono tempo, decisioni e una lucidità che non sempre riesco a conservare. A questi si aggiungono questioni familiari e personali ancora aperte, alcune legate a vicende legali, altre alle responsabilità che ho assunto e che non posso semplicemente mettere da parte.
Quando le difficoltà si accumulano, la mia attenzione tende a spostarsi continuamente dall’una all’altra. Cerco di tenere insieme ogni cosa, forse perché temo che trascurarne una possa renderla più grave, e finisco per non affrontarne nessuna con la concentrazione necessaria. I pensieri si richiamano a vicenda. Una scadenza ne ricorda un’altra, un problema apre una preoccupazione familiare, una conversazione incompleta continua nella mia testa mentre dovrei occuparmi del lavoro.
Non c’è nulla di positivo da inventare in questa fatica. Un problema rimane un problema. Una vicenda legale non diventa utile perché mi costringe a riflettere. Le responsabilità familiari non si alleggeriscono se le descrivo bene. Il viaggio, quando la strada è difficile, non acquista automaticamente un significato superiore. A volte è soltanto faticoso e richiede di continuare a guidare con attenzione.
In quella mattina mi accorgo di una cosa molto piccola. Da qualche tempo tengo il telefono in silenzioso mentre lavoro. È un’abitudine comune, incapace di risolvere i problemi che mi preoccupano, che almeno mi evita di interrompere automaticamente ciò che sto facendo ogni volta che qualcuno chiama o arriva un messaggio. Posso terminare un ragionamento, concludere un’attività e decidere dopo a quale richiesta dedicare attenzione.
Per anni ho spesso associato la disponibilità alla necessità di rispondere immediatamente, quasi che essere raggiungibile dimostrasse attenzione e responsabilità. Ora comincio a vedere anche l’altra parte: se permetto a ogni richiesta di modificare le mie priorità, finisco per rinunciare alla possibilità di scegliere come utilizzare il tempo. Naturalmente esistono urgenze vere e persone che possono avere bisogno di me. Tenere aperto uno spazio di scelta non chiude il mondo fuori dalla porta; mi aiuta a governare almeno una parte del mio comportamento quando ciò che accade intorno a me sfugge al mio controllo.
Una parte del disagio rimane fuori dalla portata di qualsiasi organizzazione del lavoro. Le questioni che sto affrontando entrano nella vita con mia moglie, nelle conversazioni, nei silenzi e nelle incomprensioni che la stanchezza rende più probabili. La amo profondamente e desidero costruire con lei una vita serena, stabile e soddisfacente. Questo desiderio convive con le difficoltà e qualche volta le rende persino più dolorose, perché misura la distanza tra la vita che vorrei offrirle e quella che riusciamo a vivere in certi momenti.
Quando le difficoltà si accumulano, diventano più evidenti anche i limiti del modo in cui comunico ciò che provo. Posso essere presente e affettuoso e, nello stesso tempo, lasciare che la preoccupazione occupi una parte di me senza riuscire a darle voce. Chi mi sta accanto finisce così per percepire una distanza di cui io conosco l’origine, ma che non sempre riesco a spiegare.
In quei momenti capisco che sapere dentro di me ciò che provo non basta. La vicinanza richiede anche la capacità di renderlo comprensibile, senza aspettare che siano la stanchezza, il silenzio o le incomprensioni a parlare al posto mio. Non sempre ci riesco, soprattutto quando penso che mostrare il mio disagio possa aggiungere altro peso a una situazione già difficile.
La bozza di questo capitolo mi appare improvvisamente troppo composta. Parla di consapevolezza, obiettivi, misura e cambiamento con la sicurezza di chi abbia già trovato un equilibrio dal quale osservare il percorso. Io quell’equilibrio non l’ho raggiunto. Sto vivendo una fase impegnativa, nella quale questioni economiche, vicende legali, responsabilità familiari, esigenze professionali e problemi pratici continuano a sovrapporsi. La mia vita è cambiata profondamente, anche in senso positivo, e la stabilità interiore che cerco rimane ancora lontana.
Non sono disperato e continuo a credere nei miei progetti e in ciò che sto costruendo. Desidero però smettere di usare frasi ordinate per suggerire, prima di tutto a me stesso, che ogni cosa abbia già trovato il proprio posto. Ci sono giorni in cui mi sento determinato e altri in cui la quantità di questioni aperte mi fa dubitare della mia capacità di affrontarle bene. A volte riesco a essere presente; altre volte la preoccupazione mi porta altrove anche quando sono fisicamente vicino alle persone che amo.
Forse essere davvero Work in Progress significa accettare che il cambiamento non proceda con la regolarità di un programma. Gli obiettivi restano necessari: mi danno una direzione, mi aiutano a misurare i risultati e mi ricordano le responsabilità che ho assunto. Allo stesso tempo, vorrei evitare che la fretta di diventare diverso mi faccia attraversare distrattamente proprio le esperienze che possono cambiarmi.
Penso di nuovo alla strada attraverso le Alpi. Ci sono viaggi nei quali l’autostrada è la scelta giusta, perché ciò che conta attende all’arrivo. Ce ne sono altri nei quali una deviazione, una sosta o un tratto percorso più lentamente appartengono alla ragione stessa della partenza. La difficoltà è capire quale viaggio sto facendo, e non sempre lo comprendo mentre sono al volante.
In questi giorni non conosco la destinazione complessiva. Vedo alcune tappe urgenti e so che dovrò raggiungerle. Oltre quelle, la strada rimane incerta. L’immagine dell’asintoto continua a tornarmi in mente come forma provvisoria di una domanda: verso chi mi sto avvicinando, e quanto di quella persona dipenderà dal modo in cui avrò vissuto il percorso?
Il 19 ottobre avevo cominciato a scrivere perché due articoli corretti e ordinati non mi appartenevano fino in fondo. Il 21 mi ero accorto che una piccola scelta sull’attenzione poteva restituirmi un margine di controllo, senza risolvere ciò che stava accadendo. Nei giorni successivi ho capito che anche il disagio doveva trovare spazio in queste pagine, pur senza esporre ciò che appartiene alla vita privata delle persone che amo.
Ora il quaderno è di nuovo davanti a me. Alcune frasi sono cancellate, altre si interrompono, altre ancora mi sembreranno probabilmente sbagliate quando le rileggerò. Non mi disturba. Questa volta non sto cercando di dimostrare che ho compreso tutto. Sto cercando di non nascondere ciò che ancora non comprendo.
Scrivere lascia immutate le circostanze e le mie responsabilità, ma mi permette di vedere con maggiore precisione dove mi trovo, anche quando il punto sulla mappa non corrisponde a quello in cui vorrei essere. Forse il capitolo serve a lasciare una traccia abbastanza sincera del tratto che sto percorrendo, senza pretendere di indicare la strada giusta.
Poi verranno le decisioni, il lavoro e i problemi da affrontare. Verranno anche altri errori, altre correzioni e, spero, qualche risultato. Per il momento rimango qui, con la penna in mano e una pagina non ancora conclusa. Non so quale sarà il prossimo passo. So che desidero continuare a cercarlo senza arrivare troppo in fretta alla fine del viaggio.
