
In un capitolo precedente ho raccontato della donna sul muretto. È una persona con cui ho avuto a che fare in paese e che, per quanto ne so, ha attraversato vicende molto sfortunate e un tracollo delle proprie condizioni di vita. Di lei non conosco tutto, e sarebbe ingiusto ricostruirne la biografia partendo soltanto da ciò che ho potuto osservare. Mi è rimasta però l’impressione che continuasse a mantenere comportamenti e abitudini legati a un passato che non esisteva più.
Non penso a quella donna per giudicarla, né per convincermi che al suo posto avrei saputo fare meglio. Le ragioni delle persone sono spesso più profonde e più complicate di quanto appaia dall’esterno. Quell’immagine, semmai, mi ha lasciato una domanda che oggi rivolgo soprattutto a me stesso: quanto si può continuare a vivere secondo le regole di una situazione che è finita?
La domanda è tornata mentre scrivevo l’articolo Perché la quercia si spezza e il giunco sopravvive?. In quella riflessione sulla solidità e sull’adattamento mi sono accorto di quanto la favola rappresentasse il periodo che sto attraversando. Avevo scritto che «una qualità può restare positiva per anni e diventare improvvisamente insufficiente quando cambia il contesto». Nel mio caso, il contesto è cambiato davvero.
Non lo descrivo come un tracollo e non considero me stesso inadeguato. Non sto raccontando una crisi interiore, una perdita d’identità o un crollo che mi abbia lasciato senza direzione. È una crisi nel senso concreto di un passaggio che richiede discernimento e scelte: alcune condizioni della mia vita sono diverse, e questa differenza impone decisioni, priorità e comportamenti diversi. Può esserci preoccupazione, può esserci fatica, può esserci il disagio di non muoversi più in un terreno conosciuto, ma queste conseguenze non sono il problema originario e non voglio confonderle con esso.
Il cambiamento, inoltre, non è arrivato senza annunciarsi. Non posso dire di essermi voltato dall’altra parte, né di aver scoperto tutto quando ormai era troppo tardi. Sapevo che qualcosa avrebbe dovuto modificarsi e ho cercato, per quanto potevo, di prepararmi. Ma sapere che una trasformazione arriverà non significa aver già imparato a viverci dentro. Una previsione può essere chiara nella mente e restare quasi estranea ai comportamenti costruiti in molti anni.
È proprio questa distanza a mettermi maggiormente alla prova. Posso riconoscere razionalmente una nuova priorità e continuare, nello stesso tempo, a percepirla come un’interferenza: qualcosa che interrompe la vita vera, sottrae tempo a ciò che vorrei fare e mi obbliga a rimandare il momento in cui potrò tornare a occuparmi delle cose nel modo abituale. La mente accetta il nuovo ordine; una parte delle aspettative continua a considerarlo provvisorio.
Finché ragiono così, ogni scelta necessaria viene confrontata con la libertà di prima. Il termine di paragone non è ciò che oggi voglio proteggere, ma ciò che un tempo potevo fare con maggiore facilità. Il presente finisce allora per assomigliare a una successione di privazioni: tempo tolto, possibilità ridotte, desideri rimandati, energie destinate altrove. Anche quando la decisione è sensata, la misuro con una scala che appartiene alle condizioni precedenti e, inevitabilmente, la nuova vita perde il confronto.
Non voglio cancellare questo costo con una rassicurazione. Alcune rinunce costano davvero. Non tutto ciò a cui devo dedicare meno spazio era superfluo, e non ogni desiderio rimandato era un capriccio. Ci sono interessi che mi hanno accompagnato a lungo, mi hanno dato piacere, curiosità e un modo personale di riconoscermi. Scegliere diversamente non trasforma retroattivamente quelle cose in errori e non rende indolore il fatto di non poterle coltivare come prima.
La difficoltà sta nel non dedurre, da quel costo, che il cambiamento sia un fallimento. Se qualcosa mi manca, non significa necessariamente che abbia scelto male; può significare che due cose importanti chiedono lo stesso tempo, la stessa attenzione, le stesse energie o le stesse risorse e che non posso assegnare a entrambe la precedenza. La rinuncia non diventa nobile soltanto perché è necessaria, ma la sua fatica non annulla il valore di ciò che sto cercando di costruire.
Le circostanze limitano le alternative, ma non eliminano la mia responsabilità. C’è una differenza tra sentirmi costretto a cambiare e riconoscere come mie le ragioni per cui scelgo di farlo. Nel primo caso obbedisco a una pressione e considero ogni conseguenza un’imposizione; nel secondo non nego i vincoli, ma decido che cosa voglio proteggere dentro quei vincoli e mi assumo la parte di comportamento che dipende da me. Non è una libertà assoluta, e proprio per questo è una libertà più difficile da esercitare.
Il mutamento del contesto, per me, è definitivo. Questa parola non significa che ogni rinuncia debba rimanere identica per sempre, che il futuro sia già scritto o che non possano riaprirsi possibilità oggi ristrette. Significa una cosa più semplice e più impegnativa: non posso fondare le decisioni sull’attesa che vengano ripristinate le condizioni precedenti. Se continuo a trattare il presente come una parentesi, rischio di sospendere proprio la vita che dovrei imparare a costruire.
È in questa prospettiva che ho dovuto rivedere le mie priorità. La casa viene prima delle automobili. Non perché le automobili abbiano smesso di appassionarmi o perché debba fingere che quel mondo non mi dica più nulla, ma perché oggi la casa rappresenta una responsabilità e una continuità a cui voglio dare precedenza. La passione resta autentica; ciò che cambia è lo spazio che posso concederle quando entra in competizione con qualcosa che considero più importante.
Allo stesso modo, il lavoro viene prima delle passioni che, pur piacevoli, in questa fase non aggiungono valore a ciò che sto costruendo. Non per questo diventano inutili o devono trasformarsi in attività produttive. Ma il loro richiamo può occupare facilmente il tempo necessario al lavoro, che oggi sostiene le mie priorità. Non si tratta di rinnegare quelle passioni, ma di non lasciare che decidano, per abitudine, quale impegno possa ancora aspettare.
Anche lo studio viene prima della lettura fine a sé stessa. È una distinzione che mi costa, perché leggere per il semplice gusto di leggere non è tempo sprecato. Ha valore in sé, apre possibilità, allarga lo sguardo e talvolta restituisce energie invece di consumarle. Eppure, lo studio ha una direzione che, in questa fase, devo sostenere con maggiore intenzione. Se concedo alla curiosità libera tutto lo spazio che desidera, rischio di sottrarlo a un percorso che ho riconosciuto come necessario.
In tutte queste scelte entra poi la nuova vita che sto costruendo. Non è la causa delle privazioni e non è un ostacolo collocato tra me e le mie passioni. È una realtà che voglio proteggere, alla quale desidero dare continuità e che non può restare sullo sfondo mentre distribuisco tempo, attenzione, energie e risorse come se nulla fosse cambiato. La sua presenza nelle decisioni non impoverisce automaticamente ciò che ero; mi chiede però di non considerare intoccabile la misura con cui, fino a ieri, coltivavo ogni interesse.
Non ne ricavo un elogio della rinuncia, del minimalismo o della produttività continua. Non voglio desiderare meno per principio, né dividere le attività tra quelle utili e quelle inutili sulla base di un risultato immediato. Voglio piuttosto compiere scelte coerenti con ciò che oggi conta di più, sapendo che interessi diversi possono essere tutti legittimi e tuttavia non avere contemporaneamente la stessa priorità.
Detto in astratto, sembra quasi ovvio. Nella vita quotidiana lo è molto meno, perché la vecchia normalità non si presenta come una teoria da confutare. Si manifesta come una risposta automatica, una preferenza che non richiede spiegazioni, la sensazione che ciò che desidero in quel momento mi spetti ancora nello stesso modo. La nuova priorità, invece, deve ogni volta farsi strada attraverso una breve trattativa interiore, come se dovesse dimostrare nuovamente di essere necessaria.
È qui che l’eccezione rischia di diventare la normalità senza che io me ne accorga davvero. Per anni alcune scelte hanno occupato il centro e altre si sono adattate ai loro margini. Ora l’ordine si è modificato, ma il mio modo di attribuire valore alle cose continua talvolta a seguire la disposizione precedente. Ciò che dovrebbe essere normale appare come una deviazione; ciò che non può più avere la stessa precedenza conserva, nelle aspettative, il posto che aveva prima.
Per questo il cambiamento riguarda anche alcuni aspetti del carattere, non come se dovessi sostituire la persona che sono, ma perché le priorità diventano reali soltanto quando riescono a orientare i comportamenti. Devo imparare a dare loro seguito mentre una vecchia abitudine richiama altrove, a interrompere un automatismo prima che abbia già occupato tutto lo spazio disponibile, a tollerare che una decisione corretta possa lasciarmi comunque insoddisfatto.
Accettare un limite è una parte importante di questo lavoro. Un limite può essere concreto senza essere un’umiliazione, ma non sempre riesco a percepirlo subito così. Se ero abituato a considerare certe possibilità come ordinarie, la loro riduzione può assomigliare a un giudizio su ciò che valgo o sulla qualità della mia vita. In realtà dice qualcosa sulle condizioni presenti, non necessariamente su di me. Comprenderlo, però, non basta a impedire che la prima reazione sia di difendermi o di cercare una via per rimandare la rinuncia.
Anche rinunciare a una gratificazione può assumere proporzioni eccessive. Nel momento in cui scelgo di non dedicare tempo o risorse a qualcosa che mi piace, posso avvertire quella singola decisione come la prova che tutta la vita si stia impoverendo. È un passaggio ingannevole: dal dispiacere reale per una cosa specifica arrivo a una conclusione generale sul futuro. Il lavoro consiste nel lasciare che la rinuncia abbia il suo peso senza permetterle di diventare la misura di tutto il resto.
Una decisione può arrivare in un momento. La capacità di sostenerla deve consolidarsi attraverso comportamenti ripetuti. È in quella ripetizione che cambiano lentamente le aspettative e i criteri con cui attribuisco valore alle cose. Se agisco secondo una nuova priorità soltanto quando l’urgenza mi mette alle strette, continuo a considerarla un’eccezione. La rispetto, ma non l’ho ancora integrata; le concedo spazio perché non posso evitarlo, non perché sia diventata il criterio normale delle mie scelte.
Il +1 di questo capitolo comincia allora in uno spostamento circoscritto: trattare almeno una priorità già riconosciuta come il criterio normale di una scelta, invece di rispettarla soltanto sotto la pressione dell’urgenza. Nello spazio conteso tra un interesse e una necessità che so già essere importante, significa dare seguito alla seconda prima che diventi un’emergenza. Non perché l’interesse abbia perso valore, ma perché la precedenza non può esistere soltanto nelle parole.
Vorrei poter riconoscere questo passaggio in un comportamento preciso: una volta in cui la casa precede le automobili senza che un problema mi costringa; il lavoro viene prima delle passioni senza valore aggiunto, senza che una scadenza sia ormai addosso; lo studio trova il suo spazio prima che la lettura libera occupi quello disponibile; la nuova vita entra nella decisione dall’inizio, e non come correzione finale di un piano costruito secondo abitudini precedenti. Non affermo che sia già diventato il mio modo stabile di agire. È il punto sul quale sto lavorando.
Un gesto del genere, preso da solo, non dimostra che abbia accettato la nuova normalità. Può però iniziare a costruirla. Sposta il momento della scelta da quando non esistono più alternative a quando posso ancora riconoscere la mia responsabilità. Riduce la distanza tra ciò che dico di voler proteggere e il modo in cui uso le risorse disponibili. Soprattutto, evita che ogni priorità nuova venga vissuta come un intervento straordinario dentro una vita che, nella mia immaginazione, continua a essere quella di prima.
Questo non mi obbliga a svalutare ciò che ho amato. Posso continuare ad appassionarmi alle automobili, a coltivare passioni per il loro semplice piacere e a leggere senza uno scopo ulteriore. Posso desiderare che, in futuro, ciascuna di queste cose ritrovi più spazio. Ma se oggi le priorità sono cambiate, devono acquistare consistenza nel tempo, nelle energie e nelle risorse che assegno loro. Altrimenti restano dichiarazioni corrette, sempre pronte a cedere davanti alla prima abitudine.
Il futuro che immagino non è una versione impoverita del passato né una promessa che tutto andrà bene. È una vita coerente con il contesto presente, abbastanza concreta da non dipendere continuamente dalla possibilità di tornare a prima. Alcune rinunce potranno cambiare forma, alcune possibilità potranno riaprirsi e altre forse no. Ciò che non voglio più fare è sospendere le decisioni importanti in attesa che la realtà restituisca condizioni che considero ormai concluse.
La donna sul muretto continua a interrogarmi proprio per questo. Non conosco il suo destino e non so che cosa avrebbe potuto o dovuto fare; non mi serve trasformarla nell’immagine di un errore per sentirmi diverso da lei. Mi ricorda soltanto quanto possa essere difficile separare la propria vita dalle regole con cui la si era vissuta fino a un certo momento, soprattutto quando quelle regole hanno avuto senso per molto tempo.
Il lavoro che mi aspetta è meno solenne e più concreto di una trasformazione definitiva. Consiste nel vedere se, quando due possibilità si contenderanno ancora una volta il mio tempo, saprò lasciare che ciò che oggi conta di più venga davvero prima. Non sempre, non senza fatica e non cancellando il valore di ciò che rimane indietro. Ma abbastanza da poter riconoscere, nelle decisioni e non soltanto nelle intenzioni, che la nuova normalità ha cominciato a prendere forma.
