
Una quercia cresceva sulla riva di un fiume, alta, robusta e profondamente radicata nel terreno. Poco distante, alcuni giunchi sottili si piegavano a ogni soffio di vento. La quercia li osservava con una certa compassione: le sembrava che una vita trascorsa a curvarsi fosse il segno evidente della debolezza.
Un giorno arrivò una tempesta. La quercia oppose al vento tutta la forza del tronco e delle radici, mentre i giunchi si abbassarono fino quasi a toccare l’acqua. Il vento crebbe ancora; la quercia continuò a resistere finché le radici cedettero e l’albero cadde nel fiume. Quando la tempesta passò, i giunchi tornarono lentamente nella posizione di prima.
Conoscevo questa storia da tempo («La quercia e le canne»), come si conoscono molte favole incontrate durante l’infanzia: ricordavo l’immagine generale e credevo di averne compreso la morale; perciò, non pensavo che potesse ancora sorprendermi. Rileggendola, però, mi sono accorto che qualcosa non tornava. Siamo abituati a vedere nella quercia la forza, la stabilità, la capacità di attraversare gli anni senza perdere la propria forma; il giunco, al contrario, ci appare fragile, esposto, quasi privo di una volontà propria. Eppure, quando arriva la tempesta, è la quercia a soccombere.
La prima considerazione che mi è venuta in mente è stata quella più ovvia: il giunco sopravvive perché sa adattarsi. Ma quasi subito mi è sembrata una risposta troppo semplice, una di quelle formule corrette che rischiano di chiudere il ragionamento proprio quando potrebbe diventare interessante. Se la flessibilità fosse sempre preferibile alla solidità, dovremmo concludere che avere radici profonde, una struttura robusta e una forma definita rappresenti un difetto. Evidentemente non è così. Per gran parte della sua vita, la quercia trae beneficio proprio da quelle caratteristiche; il problema nasce quando la qualità che le ha permesso di crescere diventa l’unico modo in cui sa rispondere a ciò che accade.
Mi sono chiesto allora se il punto della favola non fosse tanto la superiorità del giunco, quanto il rapporto tra una caratteristica e le condizioni nelle quali viene esercitata. La forza della quercia non è falsa, ma durante la tempesta si trasforma in rigidità; la debolezza del giunco non scompare, ma proprio la sua capacità di cedere temporaneamente gli consente di non essere spezzato. Nessuna delle due piante sceglie davvero che cosa fare, naturalmente, ma l’immagine ci permette di osservare una contraddizione che riguarda molto da vicino anche noi: una qualità può restare positiva per anni e diventare improvvisamente insufficiente quando cambia il contesto.
Nella vita quotidiana accade più spesso di quanto pensiamo. Una persona precisa e organizzata affronta con serenità situazioni che ad altri sembrano confuse, finché un imprevisto non rende impossibile rispettare il programma; a quel punto la stessa precisione può aiutarla a ridefinire le priorità oppure spingerla a difendere un ordine che non esiste più. Chi è prudente evita decisioni affrettate, ma può continuare a rimandare anche quando sarebbe necessario scegliere. Chi è tenace supera ostacoli che scoraggerebbero molti altri, e tuttavia può insistere così a lungo da non accorgersi che la meta non è più quella giusta.
Questo non significa che dovremmo imparare a piegarci davanti a tutto. Un adattamento privo di criteri può diventare conformismo, compromesso permanente o rinuncia. Ci sono convinzioni, relazioni e aspirazioni che meritano di essere difese proprio quando le circostanze le rendono più difficili; allo stesso modo, esistono cambiamenti ai quali adeguarsi significherebbe perdere qualcosa di essenziale. Il giunco conserva la propria natura anche mentre si piega, mentre una persona può modificarsi al punto da non riconoscere più ciò che desiderava proteggere.
Forse la distinzione utile non è quindi tra resistere e cedere, ma tra ciò che appartiene alla nostra identità e ciò che rappresenta soltanto il modo abituale con cui la esprimiamo. Posso restare fedele a un principio cambiando comportamento; posso difendere un obiettivo abbandonando il percorso con cui avevo immaginato di raggiungerlo; posso accettare che una previsione fosse sbagliata senza considerare inutile tutto ciò che l’aveva preceduta. Non tutto ciò che cambia sta migliorando, così come non tutto ciò che resiste sta sbagliando. La difficoltà consiste nel capire la differenza mentre gli eventi sono ancora in corso.
È a questo punto che la parola crisi acquista un significato diverso da quello che le attribuiamo di solito. Deriva dal greco krísis, collegato al giudicare, distinguere e decidere; nella medicina ippocratica indicava il passaggio nel quale il decorso di una malattia poteva orientarsi verso un miglioramento o un peggioramento. La crisi, dunque, non era soltanto il problema, ma il momento in cui diventava necessario comprenderne la direzione.
La tempesta della favola non crea la rigidità della quercia e non insegna al giunco a piegarsi: rende visibili le conseguenze di caratteristiche che erano già presenti. Qualcosa di simile accade quando un equilibrio personale, familiare o professionale viene messo alla prova. La difficoltà può nascere da un evento esterno, ma il modo in cui la affrontiamo dipende anche da abitudini e convinzioni costruite molto prima.
Quando incontriamo un ostacolo, spesso la prima reazione consiste nell’intensificare ciò che abbiamo sempre fatto. Lavoriamo di più, controlliamo con maggiore attenzione, ripetiamo l’argomento con più convinzione oppure aspettiamo che le condizioni tornino quelle di prima. È una reazione comprensibile, perché gli strumenti conosciuti ci hanno già aiutato e abbandonarli significa ammettere che la realtà non corrisponde più alla nostra rappresentazione. Ma se la difficoltà persiste, forse il problema non è la quantità di forza che stiamo applicando: potrebbe essere la direzione nella quale continuiamo a esercitarla.
Non credo, tuttavia, che ogni crisi contenga necessariamente un’opportunità. Alcune lasciano perdite che non possono essere trasformate in un vantaggio, e non tutti i cambiamenti conducono a una situazione migliore. Pensare il contrario rischia di aggiungere una morale rassicurante proprio dove sarebbe più onesto riconoscere l’incertezza. La crisi ci costringe a scegliere, ma non garantisce che sceglieremo bene; rende visibili alcuni limiti, ma non ci consegna automaticamente gli strumenti per superarli.
Thomas Kuhn ha descritto qualcosa di simile studiando la storia della scienza. Le comunità scientifiche lavorano a lungo all’interno di un paradigma, cioè di un insieme condiviso di idee e metodi che permette di interpretare i fenomeni e risolvere problemi. Quando compaiono anomalie, la prima risposta non è abbandonare il modello, ma cercare di ricondurle al suo interno. È ragionevole: un modello utile non dovrebbe essere sostituito alla prima difficoltà. Tuttavia, quando le anomalie si accumulano e le correzioni non bastano più, ciò che aveva dato ordine alla realtà può iniziare a impedirci di comprenderla.
Osservando la questione da una prospettiva differente, mi sembra che questo meccanismo riguardi anche molti passaggi della vita professionale. Un’azienda continua a investire in un prodotto che i clienti non desiderano più, non necessariamente perché ignori i dati, ma perché attorno a quel prodotto ha costruito competenze, aspettative e identità. Un’organizzazione conserva una procedura nata in condizioni ormai lontane perché tutti sanno come applicarla e nessuno vuole assumersi il rischio di metterla in discussione. Un responsabile reagisce alle difficoltà aumentando il controllo, convinto che una maggiore disciplina possa compensare l’inadeguatezza del modello.
In situazioni del genere non manca sempre l’informazione. A volte molte persone percepiscono che qualcosa non funziona, ma ciascuna ne vede soltanto una parte oppure teme che dirlo venga interpretato come disfattismo, incompetenza o mancanza di collaborazione. Il lavoro di Amy Edmondson sulla sicurezza psicologica aiuta a comprendere perché la possibilità di esprimere dubbi, ammettere errori e formulare domande sia così importante: non elimina la responsabilità e non rende tutte le opinioni equivalenti, ma permette alle informazioni scomode di entrare nella conversazione prima che sia troppo tardi.
Ripensandoci, una delle forme più insidiose di rigidità non consiste nel rifiutare esplicitamente il cambiamento, ma nel dichiararsi disponibili a cambiare purché nulla di essenziale venga davvero messo in discussione. Si aggiornano le parole, si ridisegnano le procedure, si organizzano nuove riunioni, mentre le decisioni continuano a seguire gli stessi criteri. È un adattamento apparente: il giunco sembra piegarsi, ma in realtà stiamo soltanto dipingendo di verde il tronco della quercia.
D’altra parte, anche cambiare continuamente direzione può diventare un modo per evitare la responsabilità. Se ogni difficoltà ci induce ad abbandonare un progetto, una relazione o un impegno, non stiamo dimostrando flessibilità, ma rinunciando alla possibilità che qualcosa cresca nel tempo. Le radici servono: danno continuità, consentono di accumulare esperienza e impediscono che ogni vento decida per noi. Il problema non è possederle, ma confondere le radici con l’intera forma dell’albero.
Dopo molto tempo trascorso a osservare trasformazioni, ambizioni, successi parziali e cambiamenti più dichiarati che reali, mi sembra che le situazioni più difficili siano proprio quelle nelle quali dobbiamo distinguere ciò che va difeso da ciò che deve poter cambiare. È relativamente facile modificare un piano quando non ci siamo ancora investiti molto; lo è assai meno quando quel piano porta la nostra firma, ha richiesto tempo e ha convinto altre persone a seguirci. In quel momento la solidità del carattere può consistere non nel resistere alla revisione, ma nel tollerare il disagio di riconoscere che una scelta sensata nel passato non lo è più nel presente.
La favola, allora, mi appare meno semplice di quanto ricordassi. La quercia non sbaglia perché è forte e il giunco non ha ragione soltanto perché è flessibile. Entrambi mostrano una possibilità e un limite: le radici profonde sostengono la crescita ma possono trattenerci, la capacità di piegarsi protegge dalla tempesta ma, se diventa abitudine, può farci dimenticare la direzione nella quale volevamo crescere.
Forse maturare significa imparare a tenere insieme queste due immagini, conservando radici sufficientemente profonde da sapere chi siamo e una parte abbastanza flessibile da non pretendere che il mondo resti uguale per confermare le nostre scelte. Quando il vento cambia, la domanda non è soltanto se resistere o piegarsi, ma che cosa, dentro di noi e nelle cose che costruiamo, meriti davvero di restare fermo e che cosa debba essere libero di muoversi.
Riferimenti e approfondimenti
- Esopo, Della Canna e l’Oliva, traduzione dal greco di Giulio Landi (1545), edizione 1805. La favola iniziale è una rielaborazione contemporanea del racconto esopico.
- Thomas S. Kuhn, The Structure of Scientific Revolutions, University of Chicago Press, prima edizione 1962.
- Amy C. Edmondson, The Fearless Organization: Creating Psychological Safety in the Workplace for Learning, Innovation, and Growth, Wiley, 2018.

[…] domanda è tornata mentre scrivevo l’articolo Perché la quercia si spezza e il giunco sopravvive?. In quella riflessione sulla solidità e sull’adattamento mi sono accorto di quanto la favola […]
[…] Sarebbe piuttosto una forma di rigidità, e ho già avuto modo di riflettere, parlando del giunco e della quercia, su quanto possa essere pericoloso confondere la rigidità con la […]