Capitolo 1 — L’uomo al tavolo accanto

Un uomo sconosciuto, un caffè all’aeroporto di Hannover e una domanda apparentemente semplice: che cosa significa davvero avere successo? Da un confronto completamente immaginario nasce una riflessione sul controllo, sulla serenità e sulla possibilità di costruire, ogni giorno, un piccolo +1.

L’aeroporto di Hannover, nel primo pomeriggio, ha quell’aria sospesa che hanno tutti gli aeroporti quando non si ha fretta e, proprio per questo, si finisce per accorgersi di dettagli che in altri momenti passerebbero inosservati.
Ho ancora parecchio tempo prima del volo e il bagaglio da imbarcare, così mi siedo con un caffè doppio davanti, abbastanza forte da svegliarmi del tutto ma non abbastanza da cambiare un umore che continua a muoversi avanti e indietro senza trovare una posizione stabile.
Non sto male, almeno non nel senso preciso della parola. Sono semplicemente inquieto, che forse è peggio, perché l’inquietudine non ha un punto preciso sul quale appoggiarsi. Ti accompagna, si sposta con te, prende una cosa e poi un’altra e le usa per ricordarti che c’è qualcosa che non hai ancora sistemato.
Mi guardo intorno quasi per distrarmi.
Seduto al tavolo accanto al mio c’è un uomo che attira immediatamente la mia attenzione. Non fa nulla di particolare. È semplicemente seduto.
Indossa un completo grigio, più o meno dello stesso colore del mio, ma senza cravatta. È alto, molto magro, completamente rasato, leggermente abbronzato, con un’espressione seria e composta. Ha quell’aria che alcune persone riescono ad avere senza apparentemente fare alcuno sforzo, come se ogni dettaglio fosse al posto giusto e non ci fosse nulla, dentro o fuori di loro, che abbia bisogno di essere rincorso.
In pochi secondi ho già deciso che quell’uomo ha successo.
Non so chi sia, naturalmente. Non ho idea di quale lavoro faccia, di quanto guadagni, di dove stia andando, di chi lo aspetti dall’altra parte del viaggio. Non so se sia felice, preoccupato, innamorato, divorziato oppure stanco. Non so nulla della sua vita eppure, guardandolo, costruisco una storia completa.
Ai miei occhi, in quel momento, quell’uomo è il successo.
La cosa mi fa sorridere, perché mi rendo conto quasi subito dell’assurdità del ragionamento.
Io conosco di me ogni singola crepa, ogni scelta sbagliata, ogni rinvio, ogni comportamento che vorrei correggere. Di lui conosco un vestito grigio e il modo in cui tiene le spalle.
Il confronto è impari.
Eppure continuo a guardarlo di tanto in tanto, cercando di capire che cosa sia esattamente ad avermi colpito. Non è il vestito, non è l’abbronzatura, non è nemmeno quell’aria severa che in altri momenti potrei trovare persino antipatica.
È l’impressione di controllo.
Sembra un uomo che sappia dove sta andando.
In questo momento io non ho la stessa sensazione.
Non perché la mia vita stia crollando e nemmeno perché mi trovi davanti a qualcosa di irreparabile. Il problema è quasi l’opposto.
Per molti anni sono sempre riuscito, in un modo o nell’altro, a cavarmela.
Quando qualcosa diventa complicato, trovo una soluzione. Quando una situazione diventa troppo stretta, riesco a uscirne. Quando arriva un problema, prima o poi compare anche una via d’uscita.
Succede abbastanza volte da diventare quasi una filosofia di vita.
Le cose si sistemano.
Ed effettivamente si sistemano sempre.
Solo che, seduto in questo aeroporto, comincio a sospettare che proprio questa sia stata una parte del problema.
Se una persona riesce sempre a salvarsi, può finire per non imparare mai a non mettersi in pericolo.
Per anni ho vissuto alcune parti della mia vita contando più sulla capacità di reagire che su quella di prevenire. Ho dato per scontato che ci fosse tempo, che ci fosse una soluzione, che avrei recuperato più avanti quello che trascuravo prima.
In fondo è una forma di ottimismo.
Solo che, portato troppo avanti, l’ottimismo può diventare irresponsabilità.
A cinquantotto anni questa constatazione ha un peso diverso. Non perché sia troppo tardi per cambiare. Al contrario. Forse è proprio l’età in cui diventa molto difficile continuare a raccontarsi alcune storie.
Si è vissuto abbastanza da conoscere i propri trucchi, le proprie scuse, le piccole scorciatoie mentali utilizzate per rimandare le decisioni scomode.
La domanda che comincio a farmi, quindi, non è come sistemare le cose che oggi mi preoccupano.
Quelle, in qualche modo, probabilmente le sistemerò.
La domanda è cosa succede dopo.
Perché il vero rischio non è attraversare un momento difficile. Il vero rischio è uscirne, tirare un sospiro di sollievo e tornare lentamente a comportarmi nello stesso modo di prima.
Mi accorgo allora che forse ho sempre attribuito troppo valore alla capacità di recuperare e troppo poco alla capacità di costruire.
Recuperare ha qualcosa di eroico. C’è un problema, bisogna reagire, ci si muove rapidamente, si trova una soluzione.
Costruire invece è molto meno spettacolare.
Significa pensare prima. Rinunciare qualche volta. Organizzare. Prevedere. Fare una cosa quando non è ancora urgente. Fermarsi prima che qualcosa diventi un problema.
Sono attività tremendamente poco cinematografiche.
Eppure forse è proprio lì che si trova una parte della serenità.
Guardo ancora l’uomo al tavolo accanto. Continua a sembrare perfettamente a suo agio.
Naturalmente posso sbagliarmi completamente. Magari dentro di sé sta vivendo esattamente lo stesso tipo di giornata. Magari ha problemi molto più grandi dei miei. Oppure nessuno.
Non ha importanza.
Capisco che quell’uomo non mi interessa veramente.
Mi interessa quello che proietto su di lui.
L’idea di una persona che non abbia continuamente qualcosa da rincorrere.
E improvvisamente mi rendo conto che anche la mia idea di successo sta cambiando.
Per molti anni ho associato il successo a elementi abbastanza prevedibili: una posizione professionale importante, un certo reddito, una bella casa, una bella macchina, la possibilità di scegliere.
Tutte cose che continuano ad avere per me un valore e che non ho nessuna intenzione di fingere improvvisamente di disprezzare.
Ma comincio ad aggiungerne altre.
La tranquillità.
La possibilità di lavorare bene e poi chiudere il computer senza la sensazione che sia comunque necessario fare ancora qualcosa.
Poter stare con la persona che ami senza portare sempre nella stanza anche tutto ciò che ti preoccupa.
Sapere che un imprevisto non significa automaticamente dover inventare una nuova operazione di salvataggio.
Forse il successo, alla fine, ha molto più a che fare con il margine che con l’apparenza.
Margine economico, naturalmente, ma anche mentale.
Avere uno spazio tra una cosa e l’altra.
Non essere sempre esattamente sul bordo.
Mi sembra improvvisamente una definizione molto più interessante.
Il caffè è ormai quasi finito e ho ancora diverse ore davanti.
Penso al sito che sto preparando e al nome che ho scelto.
Work in Progress.
Mi piace proprio perché non promette nulla.
Non dice che ho trovato la soluzione.
Non dice che ho capito tutto.
Non racconta la storia di un uomo che ha finalmente sistemato la propria vita e adesso può spiegare agli altri come fare.
È semplicemente la cronaca di qualcosa che sta accadendo.
Un cambiamento in corso.
Forse è questo il modo in cui voglio raccontarlo.
Non descrivere ogni problema, non trasformare una vita privata in un bollettino, ma osservare il percorso.
Capire quali comportamenti funzionano, quali continuano a riportarmi nello stesso posto e quali piccole decisioni producono un risultato diverso.
Una specie di laboratorio.
Con un obiettivo molto semplice da spiegare e probabilmente molto più difficile da praticare.
+1.
Non una rivoluzione.
Non una nuova vita a partire da lunedì.
Solo qualcosa, anche piccolo, che alla fine della giornata mi permetta di dire che mi sono mosso nella direzione giusta.
L’uomo al tavolo accanto si alza.
Per un momento penso che potrei guardare dove va, magari cercare di capire qualcosa di più di lui.
Poi mi sembra inutile.
Ha già fatto il suo lavoro senza saperlo.
Rimango seduto, finisco il caffè e guardo attraverso le grandi vetrate dell’aeroporto.
Ho ancora parecchie cose da sistemare.
Ma forse, per la prima volta da un po’ di tempo, non sento soltanto il peso di ciò che resta da fare.
Comincio a intravedere la direzione.