
Ho ancora in mente l’uomo di Hannover. Più ci penso, più mi accorgo di quanto poco sappia davvero di lui. Conosco la sua giacca, la postura composta, la borsa Prada appoggiata vicino alla sedia. So che ha accesso al lounge e che prenderà il mio stesso aereo. Ma non conosco il suo lavoro, non conosco il suo conto in banca, non so se abbia successo, se sia felice, se stia andando verso qualcosa o se stia scappando da qualcosa. Eppure, nella mia testa, il verdetto è già arrivato.
È un uomo di successo.
E, francamente, non so da dove nasca la mia sicurezza nel leggerlo così. O forse lo so benissimo: l’ho percepito. Sono stato io a costruire una storia su di lui, assemblando pochi elementi esteriori e trasformandoli, quasi senza accorgermene, in una personalità, in un ruolo, in una posizione sociale.
E mentre lo faccio capisco che la vera questione non riguarda lui. Riguarda me. Perché se io posso costruire un giudizio quasi completo su una persona che non conosco, soltanto osservandola per pochi minuti in un aeroporto, allora è inevitabile pensare che gli altri facciano esattamente la stessa cosa con me.
Per anni ho considerato l’aspetto esteriore come qualcosa di marginale, quasi ornamentale: una componente secondaria rispetto alla sostanza. In fondo, ho sempre pensato che contassero le competenze, la capacità, l’esperienza, i risultati e tutto ciò che una persona costruisce nel tempo. Ed è vero.
Ma è vero soltanto dopo. Prima arriva altro. Arriva il modo in cui entro in una stanza. Arrivano la postura, il modo in cui sono vestito, le scarpe, i capelli, la barba, il tono della voce, lo sguardo, il modo in cui stringo una mano, il modo in cui mi siedo. Persino il modo in cui occupo lo spazio intorno a me racconta qualcosa prima ancora che io apra bocca.
Sono segnali minuscoli, spesso inconsapevoli, ma arrivano prima delle parole.
Nel lavoro lo vedo continuamente. Un progetto può essere tecnicamente eccellente e fallire comunque, se viene presentato male. Un’idea può essere corretta e non ottenere consenso, se non viene resa comprensibile. Una persona può essere competente e, allo stesso tempo, non essere percepita come autorevole. Il contenuto conta, naturalmente. Ma il contenuto deve attraversare un’interfaccia. E quell’interfaccia siamo noi.
Questo non significa costruirsi un personaggio, vestirsi come qualcun altro, comprare una borsa costosa o trasformare la propria vita in una rappresentazione permanente.
Significa qualcosa di molto più difficile: decidere che cosa voglio comunicare prima ancora di avere l’occasione di spiegarmi.
Mia moglie questa cosa l’ha vista molto prima di me. Mi dice di non uscire di casa esattamente come ci sto dentro. Mi chiede di curare alcuni dettagli che a me sembrano irrilevanti. Mi invita a raddrizzare le spalle, a stare più dritto, a non lasciarmi andare a quella postura che probabilmente nasce dalla stanchezza, ma finisce inevitabilmente per raccontare qualcosa d’altro.
Io ascolto. Qualche volta protesto. Qualche volta trovo una ragione per non farlo.
Come ho fatto per anni con la barba. Ho la pelle delicata, mi dicevo. Ed era vero. Ma quella verità, poco alla volta, era diventata una spiegazione universale. “Non mi rado tutti i giorni perché la pelle si irrita”, rispondevo a chi mi chiedeva perché non mi facessi la barba ogni mattina.
Poi passavano due giorni, poi tre, poi cinque, finché arrivava il momento in cui dovevo necessariamente farlo: la barba lunga cominciava a darmi fastidio, diventava ispida, pungente.
Per anni il sistema ha funzionato così. Poi, circa un anno e mezzo fa, ho deciso di cominciare a radermi ogni mattina. All’inizio è stato sorprendentemente difficile. Non perché radersi sia difficile, naturalmente, ma perché qualsiasi gesto che prova a inserirsi dentro una routine consolidata deve combattere contro un sistema che preferisce rimanere esattamente com’è.
La mattina dovevo pensarci. Dovevo ricordarmelo. A volte non ne avevo voglia. A volte mi sembrava inutile.
Poi, man mano che i giorni passavano, il gesto diventava più semplice. Passavano le settimane e smetteva di essere una decisione. Passavano i mesi e, a un certo punto, non farmi la barba è diventato più strano che farla.
Un comportamento che inizialmente richiedeva disciplina e costanza è diventato un’abitudine. E un’abitudine, se ripetuta abbastanza a lungo, comincia lentamente a modificare l’idea che ho di me stesso.
Non penso più: devo ricordarmi di radermi. Ora mi rado.
La differenza sembra piccola. Non lo è. È esattamente qui che il mio +1 comincia ad assumere un significato più preciso. Per molto tempo ho interpretato il cambiamento come qualcosa di grande, quasi sempre legato a decisioni nette e visibili.
Cambiare lavoro. Cambiare vita. Cambiare città. Cambiare direzione.
Oggi comincio a vederlo diversamente. Il cambiamento che dura entra spesso dalla porta di servizio.
È un comportamento apparentemente insignificante che viene ripetuto abbastanza volte da smettere di essere una scelta. All’inizio è duro, nel mezzo è confuso, alla fine diventa molto più naturale.
Forse è per questo che nella gestione dei progetti esistono procedure, standard, processi e rituali operativi: non perché le persone siano incapaci di pensare, ma perché affidare ogni comportamento alla sola volontà individuale rende tutto più fragile.
La volontà oscilla. L’abitudine molto meno.
Un progetto non diventa solido perché qualcuno compie ogni giorno uno sforzo eroico. Diventa solido quando le cose giuste diventano il modo normale di lavorare.
Forse, con le persone, succede esattamente la stessa cosa.
Il mio errore, però, sarebbe trasformare tutto questo in una nuova lista infinita di obblighi: una nuova abitudine ogni settimana, fino a fare del miglioramento personale un secondo lavoro.
Non è quello che cerco.
Il +1 non è aggiungere continuamente. A volte significa togliere, a volte correggere, a volte recuperare qualcosa che già funzionava e che, nel frattempo, si è perso.
Come la lettura.
Per un periodo finivo quasi tutte le mie giornate leggendo.
Non c’era un programma particolare, nessun obiettivo eroico, niente da dimostrare a nessuno. Semplicemente, prima di dormire aprivo un libro.
Poi qualcosa è cambiato. L’iPad è tornato lentamente a conquistare quello spazio. Un video. Una notizia. Un’altra cosa da guardare. Cinque minuti diventano venti, venti diventano quaranta. E la lettura, senza una decisione precisa, sparisce.
Nessun grande fallimento. Nessun momento drammatico. Solo una buona abitudine sostituita lentamente da un’altra meno utile.
Ed è proprio questo che rende la cosa interessante: molte trasformazioni non avvengono attraverso decisioni spettacolari. Avvengono per sostituzione.
Un comportamento occupa lo spazio lasciato da un altro. Una piccola scelta ne rende più probabile una seconda. Una sera diventa una settimana. Una settimana diventa il nuovo standard.
Per questo il mio primo +1 non consiste nell’inventare qualcosa di nuovo.
Consiste nel recuperare. Leggere di nuovo. Leggere con continuità.
Kindle, libri, corsi, contenuti capaci di spostare anche solo di pochi millimetri il modo in cui penso.
Posso persino tornare alle sfide Kindle. Non perché abbia bisogno di accumulare medaglie virtuali o di trasformare la lettura in una competizione, ma perché anche un piccolo meccanismo esterno può aiutare a proteggere un comportamento, finché quel comportamento non torna ad appartenermi.
L’obiettivo, però, non è leggere un certo numero di libri. È tornare a essere una persona che legge per abitudine oltre che per piacere e utilità. È diverso. Come è diverso dire “devo farmi la barba” e dire “io mi rado ogni mattina”. Come è diverso dire “devo stare più dritto” e cominciare, semplicemente, a entrare in una stanza con le spalle aperte.
Forse il cambiamento personale comincia esattamente qui: nel momento in cui un comportamento smette di essere qualcosa che faccio e diventa, lentamente, qualcosa che sono.
L’uomo di Hannover, nel frattempo, continua a non sapere nulla di tutto questo. Probabilmente non sa nemmeno di essere diventato un personaggio dentro il mio percorso. Io continuo a non sapere chi sia davvero, ma ormai questo conta poco. Perché l’uomo al tavolo accanto non mi insegna come diventare come lui.
Mi costringe, piuttosto, a farmi una domanda molto più scomoda.
Quando qualcuno che non mi conosce mi vede per la prima volta, che cosa decide di me?
Quello che vede è coerente con la persona che sto cercando di diventare?
Forse il +1 di questa settimana comincia proprio da qui. Non dalla necessità di impressionare qualcuno, ma dalla decisione di lasciare sempre meno al caso.